di Viola Scipioni
La sfida delle Marche si è chiusa con una vittoria netta del Presidente uscente Francesco Acquaroli, che ha staccato lo sfidante Matteo Ricci di quasi otto punti. Una conferma importante per il centrodestra, che dopo tre anni di governo nazionale non mostra segni di logoramento e, anzi, rafforza la sua tenuta in un territorio conteso. Ma dietro il successo ci sono elementi che meritano una riflessione più ampia: dall’astensionismo crescente alla difficoltà delle opposizioni di trasformare l’unità in competitività.
Secondo l’analisi di SocialCom, il sentiment online aveva già registrato nelle ultime 48 ore una netta rimonta di Acquaroli. L’attuale governatore ha saputo riportare il dibattito su temi locali, guadagnando consensi rispetto a uno sfidante che, al contrario, aveva puntato su messaggi di respiro nazionale, dal riconoscimento della Palestina fino al richiamo a un voto “contro” il centrodestra. Una strategia che non ha convinto e che, anzi, ha finito per apparire come un alibi di fronte alle difficoltà del “campo largo”.
Il dato forse più rilevante non riguarda però i numeri della vittoria, quanto l’affluenza: appena il 50%, nove punti in meno rispetto al 2020. Nemmeno la presenza costante dei leader nazionali, da Giorgia Meloni a Giuseppe Conte, è bastata a mobilitare gli elettori. È un segnale d’allarme che riguarda tutti i partiti: la partecipazione continua a calare, segno di un disincanto che rischia di diventare strutturale.
Per il centrodestra, la vittoria marchigiana è ossigeno in vista delle prossime sfide regionali. Fratelli d’Italia resta il perno dell’alleanza, mentre Lega e M5S continuano a perdere terreno. Forza Italia segna un piccolo ma costante avanzamento, confermandosi un alleato utile per Meloni. Al contrario, il Partito democratico paga le ambiguità della sua linea e la difficoltà a convincere l’elettorato moderato. L’alleanza con il M5S e la sinistra radicale non ha prodotto l’effetto sperato: un cartello elettorale c’è stato, ma ha mostrato più i limiti che la capacità di espansione.
In prospettiva nazionale, lo scenario appare congelato: gli equilibri sono simili a quelli delle politiche del 2022, con un centrodestra compatto e un’opposizione incapace di costruire un’alternativa credibile. La strategia “unitaria” di Elly Schlein non ha impedito una nuova sconfitta. Restano Puglia, Toscana e Campania come possibili terreni di riscatto, ma al momento l’idea di una rivincita appare velleitaria.
Il voto marchigiano offre almeno due lezioni: il populismo antieuropeo non paga, come dimostrano i cali di Lega e M5S, e l’estremismo in politica estera non mobilita consensi. A premiare, ancora una volta, è la capacità di tenere i piedi ben piantati nei territori. Per questo il centrodestra festeggia, mentre il centrosinistra è chiamato a una riflessione profonda.
