di Riccardo Bizzarri (*)
La schedatura dei docenti in base alle loro idee politiche è sbagliata, pericolosa, storicamente inquietante. Su questo non ci sono “ma” né distinguo. Ma proprio per questo occorre essere altrettanto chiari sull’altro lato della medaglia.
Il professore non deve fare politica a scuola. Non politica di destra, non politica di sinistra, non politica “buona” o “cattiva”. Politica partitica, ideologica, militante: fuori dall’aula.
La scuola non è una sezione di partito, né un laboratorio di consenso. È il luogo dell’istruzione, non dell’indottrinamento il professore Imam non è e non deve essere mai parte del nostro tessuto culturale. Gli studenti non sono un pubblico da convincere, ma persone da formare. Come ricordava Immanuel Kant, l’educazione serve a sviluppare la capacità di pensare, non ad addestrare all’obbedienza. Dove si chiede adesione, non si educa più.
Lo ricordava anche Piero Calamandrei: la scuola è un pilastro della democrazia proprio perché insegna come pensare, non cosa pensare. Ed è la stessa lezione che Don Lorenzo Milani ha lasciato con forza: la scuola non serve a far credere, ma a far capire. Capire significa possedere strumenti critici, non ricevere verità politiche già confezionate.
E allora il punto non è schedare i professori, il punto vero è intervenire su chi fa politica in classe (senza distinzione tra progressisti e conservatori).
Qui la distinzione è semplice e non negoziabile. Educare significa fornire conoscenze, metodo, pluralità di punti di vista, capacità di giudizio autonomo. Fare politica significa orientare, spingere, suggerire una lettura unica, trasformare la cattedra in un megafono.
Come ammoniva Max Weber, il docente tradisce la propria funzione quando usa l’aula per propagandare le proprie convinzioni. Questa non è libertà di insegnamento. È abuso di ruolo. Per questo no alle liste ideologiche, no alla caccia alle opinioni. Ma sì alla responsabilità, sì al controllo, sì alla valutazione di comportamenti che trasformano la scuola in un’arena politica.
Chi vuole fare politica lo faccia apertamente, alla luce del sole, nei partiti, nei movimenti, nelle piazze.
Chi entra in classe, invece, lasci la militanza fuori dalla porta. Gli studenti hanno diritto a una cosa sola, fondamentale: non essere ideologizzati, ma istruiti.
Difendere questo diritto non è autoritarismo. È rispetto della scuola, della democrazia e soprattutto dei ragazzi.
(*) Giornalista
