Esteri

Perché gli Usa hanno messo nel mirino il “petrolio cinese”

di Alessandro Giuliani (*)

Le mani statunitensi sul petrolio del Venezuela stanno creando qualche grattacapo inaspettato alla leadership cinese. Non tanto perché il motore economico di Pechino dipendesse in maniera fondamentale dall’oro nero di Nicolas Maduro, quanto piuttosto per le ripercussioni sulle numerose piccole raffinerie indipendenti del Paese.

I riflettori sono dunque puntati sulle cosiddette “teiere”, ovvero le strutture che finora avevano rappresentato i principali acquirenti cinesi del petrolio venezuelano venduto a prezzi scontati. Erano loro, e non le grandi compagnie statali del Dragone, ad acquistare la preziosa risorsa di Caracas, che arrivava oltre la Muraglia appositamente per consentire a Maduro di ripagare l’enorme debito (di oltre 10 miliardi di dollari) accumulato nei confronti del gigante asiatico.

Le Monde ha spiegato che lo shock iniziale per queste piccole raffinerie – concentrate soprattutto nella provincia dello Shandong, a metà strada tra Pechino e Shanghai – dovrebbe essere in parte attutito dalle scorte di petrolio venezuelano già accumulate su petroliere ancorate al largo delle coste di Malesia e Cina.

Parliamo di circa 22 milioni di barili sufficienti a coprire circa un paio di mesi di consumo. E poi? Esaurite queste riserve, le raffinerie dovranno trovare alternative per compensare la sospensione delle forniture. In caso negativo, questo buco si tradurrebbe in una riduzione – o peggio sospensione – della produzione di carburanti e altri prodotti derivati; meno benzina, diesel e cherosene sul mercato interno cinese col rischio che i prezzi dei carburanti possano salire in alcune regioni.

La nuova guerra del petrolio degli Usa

La nuova guerra del petrolio degli Usa non punta tanto a bloccare l’export generale dell’oro nero verso la Cina, quanto piuttosto a colpire le sue teiere locali, così da mettere pressione sull’economia nazionale a partire dall’innesco di ipotetici shock provinciali.

Washington ha iniziato togliendo le riserve venezuelane dalla disponibilità del Dragone: secondo la società di analisi energetica Vortexa, nel 2025 le importazioni cinesi di greggio venezuelano hanno raggiunto circa 470.000 barili al giorno (quasi il 4,5% del suo import di greggio via mare).

Pechino potrebbe limitare i danni affidandosi a qualcun altro. L’Iran, insieme alla Russia, è uno dei pochi Paesi con riserve di petrolio pesante simili a quelle di Caracas e, a causa delle sanzioni occidentali, è in grado di offrire prezzi al barile vicini a quelli venezuelani. Il punto è che anche Teheran si trova sotto pressione, e forse non proprio per caso.

Esiste un’altra alternativa? Bloomberg ha ipotizzato il Canada, il cui petrolio bituminoso ha caratteristiche simili a quello che poteva offrire Maduro. I flussi dal Canada alla Cina sono aumentati dopo il successo dell’espansione dell’oleodotto Trans Mountain (Tmx) nel 2024, lo stesso che ha permesso ai produttori canadesi di inviare più petrolio sulla costa occidentale per l’esportazione in Asia (nel 2024, il 64% sarebbe finito proprio nella Repubblica Popolare Cinese).

Cosa ha in mente la Cina

Un eventuale spostamento degli acquisti di petrolio cinesi verso il Canada sarebbe ben visto a Ottawa, dove il governo punta da tempo a rafforzare i legami commerciali con Paesi diversi dagli Stati Uniti, soprattutto dopo che l’amministrazione Trump ha avviato, lo scorso anno, una guerra commerciale con il suo vicino settentrionale. Secondo i dati di Kpler, tra l’altro, nel 2025 la Cina ha acquistato poco meno del 40% delle esportazioni totali di greggio via mare del Canada.

Un fatto è certo: gli acquirenti abituali cinesi di greggio venezuelano, tra cui Shandong Chamroad Petrochemicals, Shandong Dongming Petroleum & Chemical Group e Sinochem Hongrun Petrochemical, dovranno trovare nuove forniture, e l’opzione canadese è particolarmente allettante.

Nel frattempo, i colossi petroliferi del Dragone hanno chiesto a Pechino indicazioni su come proteggere i propri investimenti in Venezuela (anche a lungo termine). I produttori di petrolio statali, tra cui Cnpc, la società madre di PetroChina, e China National Offshore Oil, hanno impianti di estrazione di petrolio e gas nella fascia di greggio pesante dell’Orinoco e in altre aree limitrofe. Altri operatori cinesi hanno investito anche in impianti di raffinazione e petrolchimici.

Pare inoltre che il governo cinese abbia anche chiesto alle banche, tra cui la China Development Bank, di valutare la loro esposizione al Venezuela. Già, perché se gli Stati Uniti dovessero dare priorità ai creditori Usa rispetto agli altri – come suggerisce la retorica di Donald Trump – il rischio di insolvenza dei creditori cinesi aumenterebbe…

(*) InsideOver

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