di Balthazar
Così titola oggi l’edizione europea di POLITICO con un ampio servizio sulla città tedesca di Schwedt la quale teme che la sua grande raffineria sia a rischio se non riceve aiuti o non riavvia le importazioni dalla Russia.
L’enorme impianto di raffinazione dà lavoro a 6.000 dipendenti su 30.000 abitanti. ma il complesso dalla fine del 2022 ha perso la sua costante alimentazione energetica russa da quando l’oleodotto Druzhba (Amicizia) si è improvvisamente prosciugato a causa delle sanzioni.
L’impianto non si è ancora ripreso e ora le autorità locali chiedono a Berlino di intervenire, anche se ciò significa riportare il petrolio russo. in Germania.
Dopo lo scoppio della guerra, Berlino pose la raffineria sotto amministrazione fiduciaria temporanea, sequestrando la quota di maggioranza della società russa Rosneft che comunque ne detiene ancora le azioni.
Ma questo è solo una voce degli appelli di molti imprenditori e politici europei che esortano i governi a rivedere la loro linea dura nei confronti di Mosca mentre l’ansia economica aumenta.
Berlino, Bruxelles e non solo, stanno erigendo barriere per porre fine DEFINITIVAMEBTE alla dipendenza dell’Unione da Mosca, una scelta che non reggerà se le industrie in difficoltà inizieranno a chiedere l’accesso all’energia russa più economica.
Per la prima volta da anni, “la possibilità di riavviare o aumentare nuovamente le forniture russe sembra una possibilità”, ha dichiarato a POLITICO Jonathan Stern fondatore del programma sul gas presso l’Oxford Institute for Energy Studies, un’organizzazione di ricerca che riceve denaro da aziende di combustibili fossili e governi.
Tre anni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’UE ha quasi del tutto sciolto la sua dipendenza dall’energia russa. Le importazioni tramite gasdotti sono diminuite di due terzi e le spedizioni di petrolio e carbone via mare sono vietate.
La promessa di Donald Trump di porre fine ai combattimenti aveva dato ossigeno alle voci europee che sostengono che un cessate il fuoco potrebbe presagire un ritorno all’energia russa.
La stagnazione economica europea e i prezzi di gas ed energia elettrica ANCORA DOPPI rispetto ai livelli prebellici, stanno gettando ulteriore benzina sul fuoco.
Formazioni di destra come Partito della Libertà austriaco e del partito Rinascita Bulgara , chiedono da tempo la ripresa delle forniture da Mosca,
Atri politici come il nostro ministro dell’energia, Gilberto Pichetto Fratin, esponenti del centrodestra tedesco e persino l’inviato speciale dell’UE per l’attuazione delle sanzioni contro la Russia David O’Sullivan non la esclude affermando che sarebbe “stupido” non riavviare le importazioni nel caso si raggiunga la pace.
In Francia, le aziende energetiche Totalenergies ed Engie affermano che l’Europa potrebbe aumentare gli acquisti di gas russo almeno del 40% ove si arrivi alla pace o quantomeno ad un armistizio credibile.
In Germania, cuore della crisi economica europea, sia i Socialdemocratici che i Cristiano Democratici, in coalizione al governo, hanno discusso della possibilità di riattivare i gasdotti Nord Stream, che collegano la Russia alla Germania, distrutti nel 2022 dal sabotaggio ucraino-occidentale.
Ma la pressione aumenterà sicuramente poiché sempre più voci da parte di diverse aziende e anche di politici a livello locale, chiedono il ritorno al petrolio e al gas russi a basso costo.
La raffineria di Schwedt è l’esempio questa esigenza di cambiamento.
Responsabile della fornitura di oltre il 90% del petrolio di Berlino, del suo gigantesco aeroporto e di una rete di attività che vanno dalle cartiere ai trasformatori di oleodotti, l’impianto sta affrontando una serie di difficoltà.
Con l’esaurimento delle importazioni dalla Russia ora opera all’80% della sua capacità e riceve petrolio dall’oleodotto tedesco di Rostock, dal porto polacco di Danzica e dal Kazakistan tramite Druzhba.
Questo lascia la raffineria “in rosso” dati i costi fissi della sua gestione, tanto che lo scorso mese il Governo Federale ha prorogato la garanzia per la occupazione fino alla fine dell’anno, ma entro i prossimi due anni 1.000 posti di lavoro saranno a rischio, .
L’energia russa potrebbe impedirlo senza richiedere alcun nuovo investimento, ma riportare Mosca all’ordine del giorno non sarà facile, anche se gli ostacoli sono più politici che legali.
Dopo lo scoppio della guerra, Berlino pose la raffineria sotto amministrazione fiduciaria temporanea, sequestrando la quota di maggioranza della società russa Rosneft che ne detiene ancora le azioni.
Qualsiasi tentativo di riprendere le forniture da Mosca richiederebbe quindi che l’UE revocasse l’embargo sul petrolio, che la Polonia accettasse il passaggio del greggio russo attraverso la sua rete di oleodotti e che la Germania costringesse Rosneft a vendere le sue azioni alle banche e ai fornitori.
Dopodiché, la firma di nuovi contratti legali sarebbe in teoria molto, molto facile.
La situazione è simile per il Nord Stream per il quale i sostenitori europei del ripristino delle importazioni energetiche dalla Russia chiedono Gazprom di risolvere le sue controversie legali prima che inizino seriamente i negoziati per il loro rilancio.
I gasdotti che attraversavano l’Ucraina un tempo trasportavano metà delle esportazioni di Mosca verso l’Europa, ora quei flussi si sono interrotti a gennaio, dopo che Kiev non ha rinnovato l’accordo di transito con Mosca.
Tuttavia paesi come la Repubblica Ceca hanno potenziato gli oleodotti per garantire che le loro raffinerie siano rifornite di combustibili non russi. Ma sarebbe molto facile tornare al greggio russo, che arrivi via nave o tramite oleodotto.
Finora, i principali Governi UE sono rimasti risoluti nel voler porre fine alle importazioni dalla Russia. A maggio il cancelliere tedesco Merz ha promesso che “il Nord Stream 2 non sarà rimesso in funzione, sostenendo persino nuove sanzioni dell’UE sui gasdotti russi.
Anche l’UE sta procedendo spedita con i piani per abbandonare le forniture russe con una legge per eliminare completamente le importazioni di gas da Mosca entro il 2027.
Ma raggiungere questo obiettivo è tutt’altro che scontato perchè paesi come Austria, Slovacchia e Ungheria lasciano la porta aperta alle importazioni russe e minacciano di affossare le sanzioni dell’UE contro Mosca.
Il Cremlino da parte su ha imposto un tetto massimo al prezzo ha del petrolio russo imposto dall’Occidente, vendendolo tramite numerose cisterne dalla proprietà poco trasparente.
Inoltre, l’offerta dell’UE del 2022 di spendere 2 miliardi di euro per aiutare gli impianti ad abbandonare l’energia russa si è rivelata poco efficace, almeno in Slovacchia e Ungheria.
Il Governo tedesco ha promesso a Schwedt 400 milioni di euro per ammodernare l’oleodotto di Rostock aiutandola a sostituire le sue forniture russe, Bruxelles non ha mai approvato questi fondi.
Nel frattempo i due partiti tedeschi filo-russi l’Alleanza Sahra Wagenknecht a sinistra e l’ascendente Alternativa per la Germania (AfD) di estrema destra in accordo con le autorità locali centriste e i leader dei governi regionali centristi tedeschi (dal Brandeburgo, alla Sassonia e Turingia), stanno cautamente sostenendo un ritorno delle forniture russe.
Soprattutto nell’est del Paese dove un recente sondaggio dimostra molti tedeschi dell’Est si considerano ancora cittadini di seconda classe equelli con radici etniche russe, dimostrano il doppio delle possibilità di sostenere l’AfD..
Più potente di queste pressioni interne è la posizione di Trump che esita ad imporre ulteriori sanzioni a Mosca affermando a maggio che “la Russia vuole avviare scambi commerciali su larga scala con gli Stati Uniti quando questo catastrofico ‘bagno di sangue’ sarà finito, e sono d’accordo”.
Questo dibattito sta dividendo la sua amministrazione con l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff che vuole revocare le sanzioni energetiche alla Russia e il Segretario degli Interni Doug Burgum che preferirebbe invece scalzare Mosca per fare spazio a maggiori importazioni statunitensi.
In questo contesto investitori americani starebbero già valutando l’acquisto delle azioni di Rosneft nella raffineria di Schwedt garantendosi la quota di maggioranza dell’impianto.
Ma per ora l’unica vera prospettiva è quella del taglio dei mille posti di lavoro…tanto per cominciare.
