di Sara Valerio
Una grande retrospettiva “Robert Capa. L’Opera 1932-1954” è in corso al Museo Diocesano di Milano. Esposte, fino ad ottobre, 300 opere che ripercorrono le tappe principali della carriera del celebre fotografo di guerra, dagli esordi nel 1932 fino alla morte avvenuta nel 1954 in Indocina.
Gli scatti guidano il visitatore oltre la leggenda dei reportage famosi, facendo emergere la straordinaria sensibilità con cui Capa si accostava alle storie di altri uomini. Il progetto espositivo, infatti, pone l’accento su una dimensione “umanista”, sulle altre angolazioni verso cui il fotografo ha puntato il suo obiettivo: le popolazioni vittime dei conflitti, i bambini, le donne. “Se le fotografie di guerra hanno plasmato la sua leggenda – afferma Gabriel Bauret curatore della mostra – nei suoi reportage lo vediamo anche guardare la realtà da diversi punti di vista, concentrandosi su quelli che il fotografo Raymond Depardon definiva “tempi deboli”, in contrapposizione ai tempi forti che solitamente mobilitano l’attenzione dei giornalisti e richiedono loro di essere i primi e più vicini“.
Le opere, selezionate dagli archivi dell’Agenzia Magnum Photos, co-fondata dallo stesso Capa, insieme a fotografie, documenti, pubblicazioni e una registrazione sonora, l’unica esistente con la voce del reporter – sono disposte cronologicamente e organizzate per contribuire a una visita immersiva attraverso un percorso coinvolgente ed emozionale. L’esposizione si articola in 9 sezioni tematiche – Fotografie degli esordi, 1932-1935; La speranza di una società più giusta, 1936; Spagna: l’impegno civile, 1936-1939; La Cina sotto il fuoco del Giappone, 1938; A fianco dei soldati americani, 1943-1945; Verso una pace ritrovata, 1944-1954; Viaggi a est, 1947-1948; Israele terra promessa, 1948-1950; Ritorno in Asia: una guerra che non è la sua, 1954 – che evocano l’impostazione cronachistica con cui i reportage venivano pubblicati sulla stampa francese e americana dell’epoca.
In esposizione anche alcuni scatti iconici, tra cui: Morte di un miliziano lealista e Truppe americane sbarcano a Omaha Beach. Altre immagini documentano la risalita dell’Italia da parte degli alleati, immortalando la conversazione di un contadino siciliano con un ufficiale americano nell’agosto 1943. Nel 1945 il soggiorno a Berlino è testimoniato dalle immagini dei festeggiamenti delle truppe russe e americane che celebrano insieme la fine della guerra. Della fine degli anni ’40 sono gli scatti fatti a Parigi, dove visse, innamorandosi, ricambiato, dell’incantevole Ingrid Bergman che gli confessa di amare la sua spensieratezza, “così rara, in un uomo“.
Si trova in Giappone quando Life gli chiede di sostituire un collega in Indocina francese per seguire la fine della guerra fra la Francia e i Viet Minh. Il 25 maggio sta partecipando a una missione sul delta del Fiume Rosso quando per seguire un gruppo di soldati che attraversano un campo, calpesta una mina antiuomo e muore dopo poche ore: è di fatto il primo corrispondente americano a cadere in Vietnam.
Ha soltanto 25 anni quando viene definito dal “Picture Post” “il più grande fotoreporter di guerra del mondo”: è la nascita di una leggenda e di un modo completamente nuovo di fare fotogiornalismo. Attraverso i suoi ritratti in bianco e nero e i suoi reportage di guerra e di viaggio, fece conoscere al mondo non solo gli orrori e le miserie dei tanti conflitti armati che caratterizzarono il secolo scorso e i volti degli uomini e delle donne che fecero la storia di quel periodo, ma anche la vita quotidiana delle persone comuni, da una parte all’altra del globo.
Robert Capa ha raccontato la storia restando sempre fedele al suo celebre aforisma: “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”. Credeva fermamente che la fotografia fosse una vera e propria arma per combattere i totalitarismi che dilagavano in Europa e nel mondo intero, mostrando dei conflitti non solo il volto eroico ma anche quello umano. Per lui, il celebre “istante decisivo” è una questione d’istinto: spesso nel suo lavoro la tecnica e la composizione lasciano spazio a scatti imperfetti, fuori fuoco, ma intrisi di grande umanità grazie all’empatia creata con i soggetti fotografati, in particolare la gente comune, in cui spesso riconosce il suo riflesso.
