di Baltazar
L’Osservatorio siriano per i diritti umani (Syrian Observatory for Human Rights) ufficio informazioni con sede a Londra, conferma che anche ieri (domenica ndr) sono continuati gli scontri tra le forze governative di Ahmed al-Sharaa e gruppi di insorti alawiti, sostenitori dell’ex presidente Bashar al-Assad.
L’ Osservatorio riferisce che i morti nelle città di Latakia, Tartus, Jableh e Qardaha sono centinaia . Turchia e Russia chiedono di fermare lo spargimento di sangue e “grande preoccupazione” è stata espressa dalle Nazioni Unite.
Ma continuano le tensioni e gli scontri violenti in diverse parti del Paese: al nord, dove vivono i curdi in conflitto con le milizie filo-turche; al sud, dove si trovano le comunità druse (e anche una rappresentanza di comunità cristiane) e da almeno un paio di giorni soprattutto sulla costa est, nelle zone di Latakia, Tartus, Jableh e Qardaha, considerate le roccaforti degli ex-assadisti alawiti.
I sostenitori del deposto presidente, che appartengono alla minoranza alawita, una branca dell’Islam sciita , che hanno organizzato la prima vera resistenza armata contro gli attuali capi di Damasco dalla caduta, ieri su Telegram sono stati invitati dal presidente ex jiadista al-Sharaa ad “arrendersi prima che sia tardi”.
Nel frattempo contro di loro è in corso una feroce repressione, che i rappresentanti dell’esecutivo provvisorio definiscono “operazioni di sicurezza mirate e precise” per colpire chi “ha attaccato tutti i siriani”.
L’Osservatorio denuncia l’uccisione di “311 civili alawiti nella regione costiera”, colpiti “dalle forze di sicurezza e da gruppi alleati”, vittime anche di rastrellamenti ed esecuzioni sommarie a sangue freddo in diversi villaggi. Tra i morti anche donne e bambini. Numerosi video documentano di brutalizzazioni compiute sui corpi, mentre sulle località “ribelli” sono stati lanciati barili-bomba, per anni usati dalle milizie di al-Assad contro i sunniti.
Sempre secondo l’Osservatorio ora risalirebbe sarebbe a oltre 540 il numero totale dei morti da giovedì, ma fonti di eri parlano almeno di 700 morti. Il ministero della Difesa siriano ha annunciato la chiusura delle strade che portano alla parte costiera del Paese, dove migliaia di persone delle comunità alawite stanno abbandonando le proprie abitazioni e varcando il confine con il Libano per fuggire dai combattimenti e dalla violenza.
Tra le vittime ci sarebbero anche siriani di fede cristiana mentre L’Osservatorio riporta che centinaia di civili in fuga dai massacri hanno trovato rifugio nella base aerea russa di Hmeimim.. Anche le autorità irachene, secondo quanto riporta “Sabereen News”, starebbero aumentando le misure di sicurezza lungo la linea di confine con la Siria.
Il caos e l’instabilità che si stanno vivendo nel Paese hanno suscitato la reazione di Israele — che nei giorni scorsi ha già detto di essere pronto a un intervento armato nel sud, ufficialmente “a protezione” dei drusi —, per passare agli attacchi verbali contro gli islamisti al potere.
“Al-Jolani ha tolto la maschera e ha mostrato il suo vero volto: un terrorista jihadista della scuola di al-Qaeda, responsabile di atti orribili contro i civili”, ha dichiarato il ministro della Difesa, Israel Katz, il quale ha aggiunto che Tel Aviv “si difenderà da qualsiasi minaccia arrivi dalla Siria”.
Dal ministero degli Esteri iraniano è stata condannata con fermezza “la violenza sui civili innocenti”. Turchia e Russia, sebbene su fronti opposti, hanno avvertito che lo spargimento di sangue minaccia la stabilità dell’intera regione.
Iran e Russia negli anni hanno sostenuto il regime di Assad, e Mosca sta cercando di mantenere la propria presenza attraverso basi militari proprio a Latakia e Tartus. Mentre Ankara ha appoggiato la presa del potere da parte del movimento di al-Sharaa, Hay’at Tahrir al-Sham (Hts), e diverse milizie filo-turche operano tuttora nelle regioni del nord, contro i curdi.
