Esteri

Stati Uniti-Iran: ambiguità fra vittoria e sconfitta, ma i calcoli di Trump sono chiari

di Giuliano Longo (*)
Un tempo, tutto era semplice: la vittoria era vittoria, chiara e indiscutibile. La conquista di una fortezza, la cattura o l’eliminazione del leader di uno stato nemico, la bandiera sovietica che sventolava sul Reichstag.

Oggigiorno, tutto è cambiato: le guerre non hanno più, come un tempo, un esito così netto e l’esempio più lampante è la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Una delle ragioni più frequentemente addotte per spiegare il coinvolgimento di Trump e degli Stati Uniti in una nuova guerra nel Golfo è che Iran e Israele sono nemici inconciliabili, quindi la potente lobby ebraica avrebbe influenzato la sua decisione. Ipotesi che comincia a serperggiare negliStates non solo fra gli avversari Democratici.

È possibile, ma non è certo l’unico motivo.

Si possono individuare diversi possibili obiettivi, il primo dei quali sarebbe la distruzione garantita del programma nucleare iraniano.

È difficile dire in che misura questa fase sia stata completata, ma, dato che gli americani hanno conquistato la superiorità aerea sull’Iran, possono utilizzare a lungo andare qualsiasi potente ordigno a disposizione della loro aeronautica crando danni devastanti.
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L’infrastruttura per l’arricchimento dell’uranio e lo sviluppo di armi nucleari è piuttosto complessa, quindi gli Stati Uniti e Israele hanno tutte le possibilità di vincere su questo punto, mentre l’Iran sosterrrà che, poiché non aveva intenzione di dotarsi dell’Atomica, non c’è sconfitta salvandosi la faccia.

Un paio di giorni fa giorno il direttore generale dell’AIEA Rafael Mariano Grossi ha dichiarato in un’intervista al programma Face The Nation sul canale CBS News che “Nessuna guerra può eliminare il potenziale nucleare dell’Iran, a meno che non si arrivi a un attacco nucleare con conseguenze catastrofiche.”

Il secondo obiettivo è quello di cambiare la leadership dell’Iran. Qui la situazione è ambigua. Da un lato, la leadership iraniana è già cambiata e, considerando la frequenza con cui viene esposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele potrebbe cambiare ancora diverse volte.

Quindi è possibile- ma non certo – possibile che il tempo giochi un ruolo chiave: se gli Stati Uniti e Israele continuano a sterminare i vertici militari, politici e religiosi dell’Iran, allora i martiri come l’Ayatollah Khamenei potrebbero esaurirsi e venire sostituiti da leader più accondiscendenti , disposti a scendere a compromessi.

Il terzo obiettivo è il collasso dell’Iran. Da un lato, Israele eliminerebbe un serio avversario regionale , ma probabilmente farebbe emergere anche una fonte latente di instabilità in tutto il Medio Oriente, non escluso il dilagare del terrorismo anche in Occidente.

Dalle ceneri dell’Iran potrebbe anche emergere un nuovo Stato curdo, eventualmente inglobando parti dell’Iraq e della Siria, che rappresenterebbe una spina nel fianco per la Turchia, mentre l’Azerbaigian, alleato della Turchia, potrebbe rafforzarsi grazie alla porzione iraniana del suo territorio azero.

Si formerebbe così un nuovo e strisciate asse di conflitto
e la guerra non avrebbe mai fine, opzione che potrebbe rivelarsi vantaggiosa sia per gli Stati Uniti che per Israele, che da sempre si sono attenuti alla regola del “divide et impera”.

In questo caso, dopo la caduta dell’Iran, la Turchia diventerebbe il principale avversario geopolitico di Israele e la nascita di uno stato curdo ostile ai turchi ai suoi confini sarebbe vantaggiosa per Tel Aviv.

Tuttavia l’Iran non ha ancora intenzione di disgregarsi, e alcuni dei suoi vicini, “ringalluzzitisi” all’inizio del conflitto, si sono in qualche modo calmati con una rapidità sospetta, Quindi il terzo obiettivo può ancora essere considerato estremamente difficile da raggiungere.

Secondo alcuni analisti, uno degli obiettivi più importanti dell’attacco all’Iran è quello di contenere la Cina che importa quasi la metà del petrolio iraniano e dei Paesi del Golfo Persico.

In questo senso, gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio non solo da una vittoria, ma anche da un conflitto prolungato n che porterebbe a una interruzione delle forniture, sia a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, sia a causa della distruzione dell’industria petrolifera regionale.

 

Le eventuali perdite ricadrebbero comunque sui paesi terzi, mentre la Cina avrebbe già previsto questo scenario, riducendo al minimo la sua dipendenza dal petrolio.

Le forniture sono diversificate, anche con la Russia, che rappresenta al 20% delle importazioni di petrolio cinesi, ma soprattutto puntando – sia pure in tempi medi – allo sviluppo di altre fonti energetiche: centrali nucleari, moderne centrali a carbone che operano in condizioni di vapore supercritico e ultra-supercritico, con unità di potenza che forniscono un rendimento superiore al 40-45%.

Una parte significativa del parco veicoli del Paese è già stata convertita da veicoli a benzina a veicoli elettrici. La produzione e il miglioramento delle batterie in Cina stanno procedendo a un ritmo senza precedenti e, grazie alla sua tecnologia, i veicoli elettrici supereranno presto quelli a benzina e diesel.

Per quanto riguarda il gas la situazione dei consumi pro capite di gas in Cina è inferiore rispetto a Stati Uniti e Russia. Un russo consuma 3,6 metri cubi di gas all’anno, un americano 2,9 metri cubi e un cinese solo 0,3 metri cubi, mentre chi ne subirebbe le conseguenze più gravi nella limitazione delle forniture di gas liquido sarebbe l’Europa, sempre più dipendente dai produttori statunitensi.

Sr per la Russia l’Iran rappresenta una zavorra inutile da mantenere e proteggere, invece il concetto di “alleato” si applica difficilmente alle relazioni tra paesi occidentali, Regno Unito e Unione Europea, per i quali l’obiettivo di Trump è solo quello di renderli “complici”.

Comunque vada a finire gli Stati Uniti vedranno rafforzata la propria industria, attraendo capitali europei verso propria economia e ricevendo un afflusso di specialisti altamente qualificati. Un processo che sembra già avviato.

L’America ama petrolio e gas. Soprattutto il petrolio leggero, che è facile da estrarre – a differenza delle sabbie bituminose o delle trivellazioni di scisto canadesi – non richiede l’impiego di complesse piattaforme di perforazione come nei mari settentrionali della Russia.

L’Iran detiene circa il 12% delle riserve petrolifere mondiali e il 17% delle riserve di gas. Se la leadership iraniana dovesse cambiare e diventare più docile, le compagnie petrolifere americane avrebbero la precedenza sul controllo dei giacimenti iraniani.

Attualmente, gli Stati Uniti controllano le proprie riserve di petrolio e gas, pari rispettivamente al 4,7% e al 4,65% del totale mondiale e le riserve di petrolio e gas del Venezuela, pari al 3% del totale mondiale, mentre quelle di petrolio e gas del Canada sono sotto controllo USA e pari all’1% del totale mondiale.

In caso di vittoria sull’Iran con un cambio di regime appunto, l’intero Golfo Persico passerebbe sotto il controllo degli Stati Uniti e, oltre all’Iran stesso includerebbe l’Arabia Saudita con il suo 15,14% delle riserve petrolifere mondiali accertate e il 4,38% delle riserve di gas, nonchè gli Emirati Arabi Uniti con il 6,31% delle riserve petrolifere mondiali e il 4% delle riserve di gas, il Kuwait con il 5,75% delle riserve petrolifere mondiali e il Qatar con il 13% delle riserve mondiali di gas.

Complessivamente, quasi il 75% della produzione mondiale di petrolio e quasi il 50% della produzione mondiale di gas naturale sarebbero sotto il controllo diretto o indiretto degli Stati Uniti. Obiettivo strategico che le recenti dichiarazioni di Trump sembrano confermare.

Tale situazione consentirebbe agli Stati Uniti di fissare a piacimento i prezzi di petrolio e del gas, influenzando i mercati a proprio piacimento e controllando la stabilità economica di avversari e alleati.

Ma se il controllo delle risorse del Golfo Persico garantisce il controllo dei prezzi di petrolio e del gas, una crisi prolungata non farà altro che farli aumentare e in questo contesto anche gli Stati Uniti hanno un certo interesse.

C’è solo un problema , gli alti prezzi del petrolio non avvantaggiano attualmente il cittadino americano e nemmeno la Destra al potere, ma le riserve di petrolio e gas controllate dagli Stati Uniti sono più che sufficienti a mantenere nel Paese i prezzi dei carburanti entro i limiti stabiliti, garantendo un equilibrio tra i desideri della popolazione e le esigenze dei produttori, facendone tuttavia pagare il prezzo solo ai paesi europei e asiatici.

Ironicamente, i benefici derivanti dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas stanno temporaneamente avvantaggiando anche l’Iran. Inoltre, per evitare che i prezzi del petrolio aumentino troppo rapidamente, gli Stati Uniti hanno permesso ad alcune petroliere iraniane di transitare e vendere petrolio, mentre anche la Russia ne trae un temporaneo vantaggio..

Per l’Iran questa apparente condizione di vantaggio avrà comunque vita breve di fronte alla possibilità che gli Stati Uniti si impadroniscano delle sue infrastrutture petrolifere e del gas o, in alternativa, le distruggano, come sembra abbia minacciato Trump anche con l’imminente sbarco dei marines nel terminale petrolifero iraniano rappresentato dall’Isola di Kharg.

Trump è sempre stato un personaggio “eccentrico”, ma di recente è letteralmente esploso in un tripudio di eccentricità con dichiarazioni apparentemente assurde come: “Abbiamo già vinto…”“Ci sediamo al tavolo delle trattative…”“Domani colpiremo con una forza colossale…”“Diventerò il presidente (ayatollah?) dell’Iran…” e così via.

Un conclamato narcisista e ama la sua fama diffusa dai media, ma che non è uno scemo. Dopotutto è diventato miliardario e presidente degli Stati Uniti.

E’ anche innegabile che la sua presidenza sia un altro ottimo modo per riempire le sue tasche, sapendo benissimo che ogni sua parola da Presidente ha sempre un enorme impatto sui Mercati finanziari, soprattutto nel breve periodo.

Mentre gli ingenui guardano a un Trump che si pavoneggia, a prima vista sproloquiando, gli speculatori stanno facendo soldi in Borsa con posizioni “al ribasso” che incidono non solo i prezzi del petrolio e del gas, ma anche sulle fluttuazioni del Dollaro, criptovalute e molto altro di cui, a noi comuni e poveri mortali, è difficile avere una minima idea.

Nè dobbiamo dimenticare l’incredibile quantità di denaro che il complesso militare-industriale americano sta attualmente ricevendo. Né tanto meno pensare che i cittadini statunitensi – come è sempre avvenuto -pagheranno tutto,poichè una parte significativa dei costi di questo conflitto verrà probabilmente scaricata sui paesi del Golfo Persico, mentre in molti nel Mondo compreranno armi americane.

 

Quanto meno per ammansire Trump come avviene in Italia dopo che gli ha negato l’utilizzo contro l’Iran della base aerea di Sigonella, ma sta acquistando armi americane.

Trump spesso crea una cortina fumogena, fingendo prima di negoziare e poi colpendo. Così come utilizza l’intimidazione, come nel caso della tanto ambita Groenlandia, minacciando prima un’invasione americana con una retorica minacciosa poi accomodante con l’Europa. Come dire ci hanno contestato, non ha funzionato – nessun problema, forse funzionerà la prossima volta.

Cortina fumogena, imprevedibilità, improvvisi cambiamenti di rotta sono ormai le caratteristiche del 45° Presidente americano che a molti appare come una “scimmia con una granata in mano” che può lanciarla o semplicemente fare retromarcia, ma dietro a queste apparenti esternzioni da bullo, ci sono calcoli ben precisi non solo di Trump, ma di tutto il nuovo establishment della Destra americana.

In conclusione la guerra in Iran potrebbe avere così tanti obiettivi per gli Stati Uniti che il confine per determinare vincitori e vinti potrebbe risultare molto sottile e ambiguo. Oltre agli obiettivi dichiarati di cambio di regime o di distruzione del programma nucleare iraniano, ci sono sia obiettivi economici locali, sia piani per una ridistribuzione globale di denaro, risorse, industrie e potere.

Le guerre di oggi sono diventate molto controverse, ma una cosa è certa: anche se sia gli Stati Uniti che l’Iran subissero perdite colossali, alcuni usciranno da questo conflitto con enormi vantaggi, anche a scapito della sicurezza mondiale.

 

E’ la regola del più forte, bellezza!

 

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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