Primo piano

Trump, le Borse e la casalinga di Voghera

di Nino Galloni

L’ andamento delle borse sta dando due segnali: primo, chi ha guadagnato di più negli ultimi due anni ha perso maggiormente adesso (banche, alte tecnologie, energia) e, viceversa, hanno perso di meno i titoli meno ambiziosi come servizi o generi di consumo (con rafforzamento dei beni rifugio, soprattutto l’oro e non solo); secondo, è in atto un cambiamento non gradito alla grande finanza.

Siccome l’idiota guarda il dito quando si indica la Luna, questo secondo aspetto è risultato molto meno esaminato. E, invece, esso riguarda tutti – anche la casalinga di Voghera – non solo chi gioca o investe nelle borse, ovvero nei campi più ambiti dell’economia, ma, non per questo di maggior importanza.

Orbene, se l’obiettivo di Trump è di arrivare ad una svalutazione (concordata) del dollaro per sostituire importazioni e far crescere occupazione interna e salari; come far accettare una pari svalutazione delle riserve in dollari e titoli di Stato alle grandi potenze extraeuropee che vorrebbero un dollaro forte per vendere al meglio le proprie esportazioni e, al contempo, un’accelerazione nella velocità di dedollarizzazione della economia mondiale?

Gli aumenti delle tariffe doganali possono, infatti, creare danni asimmetrici, ma l’aspetto più importante è che Trump potrebbe imporre quel cambiamento che comporterebbe un rallentamento del commercio mondiale: l’informazione di regime, infatti, sbandiera lo spauracchio della recessione dimenticando (chissà perché) che il terreno va recuperato grazie alla difesa della domanda interna derivante dalla sostituzione di importazioni.

La prospettiva, quindi, è doppiamente felice: la speculazione finanziaria dovrà cedere terreno all’ economia reale; i produttori o lavoratori vedranno un aumento del loro potere democratico che è una funzione inversa della globalizzazione (lasciamo perdere il piccolo dettaglio che oggi sono le destre a difendere gli interessi dei lavoratori e le sinistre quelli dei mondialisti sotto scacco).

Se l’aumento delle tariffe doganali colpirà le importazioni non necessarie (quelle che diventa conveniente produrre all’ interno) l’effetto inflattivo sarà sopportabile perché accompagnato a un aumento dei redditi interni (salari e profitti).

Questi cambiamenti avranno effetto anche sugli investimenti, orientandone di più sull’economia domestica e di meno su quella speculativa internazionale: ecco perché quest’ ultima teme le strategie trumpiane; esse le toglieranno un po’ di importanza e con due ulteriori conseguenze, tutte da verificare.

La prima è che servirà una protezione del risparmio più prudente e meno azzardata.

La seconda, che l’incremento di investimenti interni richiederà un cambiamento di politiche monetarie, sia sul fronte di un maggiore e meno ostacolato credito bancario, sia sul fronte di un crescente impegno degli Stati nazionali su molti aspetti dell’economia interna e della cooperazione internazionale.

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