di Andrea Maldi
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato attraverso la sua piattaforma Truth l’intento di contrastare le folli politiche del green dial e di ritornare subito alle fonti fossili tradizionali, rilanciando la produzione di energia da carbone in tutto il Paese.
“Per anni in ostaggio di estremisti ambientalisti, lunatici, radicali e teppisti, consentendo ad altri Paesi, in particolare alla Cina, di ottenere un enorme vantaggio economico su di noi aprendo centinaia di centrali elettriche a carbone, autorizzo la mia amministrazione a iniziare immediatamente a produrre energia con il bellissimo carbone pulito” scrive il Tycoon.
Il carbone è la fonte fossile maggiormente inquinante, presenta emissioni di Co2 quasi doppie rispetto al gas naturale e un pesante impatto sulla qualità dell’aria. Ritornare alla lavorazione del carbone comporta una serie di rischi:
- l’inalazione di polvere di CAP, che come ogni particolato fine e sostanze tossiche quali mercurio e ossidi di azoto, può causare disturbi alle vie respiratorie (asma, tosse, etc);
- può provocare il cancro;
- compromissione della riproduzione e normale sviluppo dei bambini;
- danni al sistema nervoso e immunitario;
- l’incremento dell’emissioni di gas serra favoriscono il riscaldamento globale;
- le ceneri di carbone legate alla sua estrazione determina un maggiore impatto ecologico.
Già nel suo primo mandato il Tycoon lanciava l’idea del “Clean coal is coming back”.
“Abbiamo messo fine alla guerra contro il meraviglioso carbone pulito. Hanno appena annunciato che aprirà nello stato della Pennsylvania una seconda miniera di carbone nuova di zecca, dove verrà estratto e pulito”, affermava Trump durante un comizio a Phoenix nel 2017.
Il problema è che nel discorso di the Donald l’unica cosa vera era l’apertura del secondo giacimento per l’estrazione del combustibile fossile, in quanto il carbone è sporco per natura e non si può ripulire.
Anche se va detto che esiste la “Clean Coal Technologies” (CCT), che prevede una serie di procedimenti industriali idonei a diminuire la forte alterazione ambientale, ma risulta essere più che altro una soluzione apparente perché il carbone viene ripulito solo di una modesta percentuale di minerali ed impurità.
La produzione di carbone negli Stati Uniti è iniziata a decrescere una ventina di anni fa, fino ai primi anni del 2000 copriva circa il 50% dell’intero fabbisogno energetico, oggi invece solo il 16%. Questo è dovuto dalla sostituzione con le energie rinnovabili e dalla grande concorrenza del gas naturale. Tentare di riproporre il carbone come primo fornitore di energia potrebbe rappresentare, oltre a quelle già esposte, anche un altro tipo di problematiche:
- aziende e azionisti si orientano sempre di più verso fonti green (idroelettrico, solare-fotovoltaico, bioenergie, eolico e geotermico);
- la modernizzazione del settore estrattivo ha ridotto drasticamente l’offerta di lavoro;
- incentivi e costi meno elevati delle centrali di energia rinnovabili.
L’ultimo resoconto “State of the Global Climate 2024” dell’Organizzazione meteorologica mondiale, si presenta decisamente allarmante: i livelli di anidride carbonica (CO2) sono aumentati del 151% rispetto ai valori precedenti l’industrializzazione. Un rapido riscaldamento del pianeta genera aumento delle temperature medie, eventi meteorologici estremi, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare e la perdita di biodiversità.
La controversa misura di Donald Trump del ritorno al carbone pulito rappresenta per gli Stati Uniti il pericolo di essere tagliato fuori dai principali trend energetici di un mondo proiettato sempre più verso il green dial.
