di Balthazar
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito “straordinario” e “a 12” su una scala di 10 punti l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping, ma l’accordo raggiunto dai due leader sembra essere solo una fragile tregua in una guerra commerciale le cui cause profonde sono irrisolte.
Il quadro annunciato ieri ,che prevede la ripresa degli acquisti di soia da parte della Cina , la sospensione delle restrizioni all’export delle terre rare e per un anno e la riduzione del 10% dei dazi doganali sulla Cina da parte degli Stati Uniti, riporta ai rapporti di prima che Trump innescasse un’escalation di rappresaglie.
Anzi, l’accordo mette in luce il divario fondamentale tra ciò che Washington vuole e ciò che Pechino è disposta a offrire. Sono stati assenti dai colloqui i grandi temi citati da Trump quando ha lanciato i dazi ad aprile quali la sovracapacità produttiva di Pechino e il suo modello di crescita basato sulle esportazioni.
Il risultato conferma la strategia di Xi nei rapporti con gli Stati Uniti, che si basa sui misure, come i controlli sulle esportazioni, cui seguono immediate risposte alle azioni di Trump. Ma nella sostanza mai colpire per primi e attendere le mosse dell’avversario.
Probabilmente i cinesi avevano una serie di aspettative realistiche per questo incontro, non includendo un reset fondamentale dei rapporti bilaterali e si sono accontentati del tono adottato da Trump, che ha definito l’incontro un G2. Pertanto Pechino vede questo primo incontro come un tappa per stabilizzare la situazione fra i due Paesi.
Il fatto stesso che entrambi i leader abbiano avuto un incontro “caloroso” e abbiano concordato successivi incontri per definire, o forse, ampliare gli accordi, offre quantomeno speranze alle Multinazionali per una tregua molto necessaria.
Xi ha aperto i colloqui, svoltisi in vista del vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico, affermando che “lo sviluppo e il ringiovanimento della Cina non sono incompatibili con l’obiettivo del presidente Trump di ‘rendere di nuovo grande l’America’”. Aggiungendo essere disposto a collaborare con Trump per “gettare solide basi per le relazioni tra Cina e Stati Uniti e creare un ambiente favorevole allo sviluppo di entrambe le nazioni”.
Trump è uscito dall’incontro raggiante e ciarliero definendo XI un “grande leader di un grande paese” e affermando che solo in questo modo le due superpotenze globali dovrebbero relazionarsi tra loro.
Indubbiamente l’incontro ha avuto tempi limitati – 1.30 minuti circa – ma il meccanismo avviato mette in contatto i due paesi evitando, probabilmente, sorprese o impennate bellicose sul piano economico, e forse altro.
Di concreto per ora c’è che Trump ha ridotto i dazi sulle importazioni cinesi dal 57% circa al 47%, dimezzando l’aliquota di quelli relativi al commercio di precursori chimici del fentanil dal 20% al 10%, anche se per ammissione di Trump, la lotta alla devastante droga rimane complicata.
L’accordo dà un po’ comunque di respiro a entrambe le parti: Trump ottiene una vittoria di immagine, Xi ottiene un sollievo dalle elevate tariffe statunitensi che hanno messo sotto pressione i produttori cinesi.
Ma anche questa distensione tattica è incompleta.
Le ultime restrizioni cinesi sulle licenze per le terre rare sono state rinviate, non smantellate, e le precedenti restrizioni sui minerali essenziali permangono, lasciando le fabbriche statunitensi nell’incertezza nell’approvvigionamento di materiali essenziali.
E’ chiaro che le terre rare rappresentano l’asso nella manica che la Cina è in grado di usare contro Stati Uniti, mentre non sembra che questi abbiano, per ora, un modo per spezzare la morsa di Pechino.
L’accordo d’altra parte è modesto se si considera che Trump, al suo primo mandato, sotto scrisse un corposo documento che allora addirittura trattava di proprietà intellettuale, banche e agricoltura. Questa volta i colloqui sono stati molto meno intensi ed entrambe le parti hanno offerto solo brevi resoconti, concentrati principalmente sull contenimento delle minacce americane che hanno preceduto i colloqui.
Sarà sufficiente a potenziare la svolta nei rapporti auspicata dai due leaders?
Rimangono sul tappeto questioni come quella di Taiwan, la guerra in Ucraina cui Trump ha accennato genericamente alle buoni intenzioni di entrambe i leader per la pace, il riarmo atomico sul quale il presidente americano è intenzionato ad effettuare nuovi test e altri ancora.
Tutti nodi che rendono difficile credere che si sia istituito un nuovo assetto bipolare nel mondo per una pace universale.
