Esteri

Turchia, stop ai social sotto i 15 anni. Verso l’identità obbligatoria online

di Giulia Rocchetti

Con una nuova stretta sullo spazio digitale, la Turchia vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni. La legge, approvata mercoledì 22 aprile dal Parlamento, impone alle piattaforme di introdurre sistemi di verifica dell’età e apre la strada a ulteriori misure, tra cui la possibile identificazione obbligatoria degli utenti. Una regolazione che, nelle intenzioni del governo, punta alla tutela dei minori, ma che secondo diversi osservatori rischia di ridurre ulteriormente gli spazi di espressione online.

Il provvedimento stabilisce che i social network non potranno offrire servizi agli under 15 e dovranno adottare misure “efficaci” per impedirne l’accesso. Per gli utenti tra i 15 e i 18 anni sono altresì previsti strumenti specifici: contenuti adattati e sistemi di controllo parentale più chiari. Le piattaforme dovranno inoltre rendere pubbliche le misure adottate per la tutela dei minori, esplicitando criteri e strumenti utilizzati e rendendo trasparenti le modalità con cui intendono limitare l’accesso ai più giovani.

La legge arriva dopo anni di interventi sullo spazio digitale che hanno progressivamente rafforzato il ruolo dello Stato nella regolazione delle piattaforme. Già nel 2020 Ankara aveva imposto alle grandi aziende tecnologiche l’obbligo di aprire rappresentanze locali e di rispondere rapidamente alle richieste di rimozione dei contenuti, con sanzioni economiche e limitazioni della banda negli eventuali casi di mancato adeguamento alla norma. Negli anni successivi, ulteriori provvedimenti hanno ampliato i poteri delle autorità nel contrasto alla disinformazione e nella gestione dei contenuti online, aumentando la capacità di intervento diretto sullo spazio digitale.

Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha annunciato un ulteriore intervento normativo che potrebbe introdurre la verifica obbligatoria dell’identità per tutti gli utenti: «Un progetto è stato preparato per prevedere la verifica dell’identità tramite i servizi pubblici digitali al momento dell’accesso ai social». Se approvata, la misura collegherebbe ogni account a un’identità reale certificata dallo Stato, modificando le modalità di accesso e partecipazione alle piattaforme digitali.

Il fatto che Gürlek si sia reso “promotore” della proposta è importante perché, prima di essere nominato ministro a febbraio, era stato a lungo procuratore capo di Istanbul. Da magistrato, aveva seguito processi e indagini contro figure di primo piano dell’opposizione. La sua nomina da parte del presidente turco è stata ritenuta controversa dagli analisti internazionali e rende molto più difficile per i cittadini turchi digerire l’eventualità di un obbligo di identificazione, che rischierebbe di mettere fine all’anonimato online – strumento che nel corso degli anni ha consentito la circolazione di opinioni politiche invise all’attuale governo, che non vede di buon occhio anche solo la partecipazione al dibattito pubblico in Turchia. In un contesto politico già segnato da tensioni sulla libertà di stampa, la prospettiva di un controllo più stretto sui social media viene letta da molti come un ulteriore passo verso la restrizione dello spazio civico.

Negli ultimi tempi, l’accesso alle piattaforme è stato più volte limitato o rallentato, soprattutto in occasione di proteste, elezioni o momenti di crisi politica. Interruzioni temporanee, riduzioni della banda e richieste di rimozione dei contenuti hanno segnato il rapporto tra governo e grandi piattaforme. Questi trascorsi alimentano il timore che le nuove misure possano consolidare un sistema di controllo più strutturato.

La legge nasce da un rapporto parlamentare sulle «minacce e i rischi nei media digitali», che propone un approccio centrato sulla prevenzione del danno. Il governo, dal canto suo, insiste – e si fa scudo, riparandosi dalle accuse – sulla necessità di proteggere i minori da rischi ormai riconosciuti, come la dipendenza digitale, il cyberbullismo, lo sfruttamento online e le violazioni della privacy.

Restano tuttavia diversi nodi aperti. Non è chiaro quali tecnologie verranno utilizzate per verificare l’età né quanto saranno efficaci nel limitare davvero l’accesso ai più giovani, in un contesto in cui esistono strumenti diffusi per aggirare le restrizioni. Allo stesso tempo, l’eventuale introduzione di sistemi di identificazione obbligatoria solleva interrogativi rilevanti sulla protezione dei dati personali, sulla sicurezza delle informazioni e sul rischio di sorveglianza.

La Turchia si inserisce così in un dibattito globale sulla regolazione dei social media e sulla tutela dei minori, ma lo fa in un contesto già segnato da un forte intervento statale nello spazio pubblico – analogico o digitale che sia. È in questo equilibrio che la linea tra tutela e controllo si fa più sottile, con effetti che potrebbero andare ben oltre l’obiettivo dichiarato della legge.

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