Esteri

Ucraina: pressioni di Trump e colloqui non fermano la guerra, nodo territori resta irrisolto

di Andrea Capello (*)

 

Il cambio totale di paradigma nei rapporti fra Usa e Russia, dal muro contro muro di Joe Biden all’accondiscendenza di Donald Trump, non ha fermato la guerra in Ucraina, giunta ormai al suo quinto anno. Il rinnovato feeling fra la Casa Bianca e il Cremlino, con l’incontro diretto dei leader al vertice di Anchorage, in Alaska, il 15 agosto scorso, ha messo Kiev in posizione di svantaggio. Il presidente Volodymyr Zelensky si è trovato dall’avere il supporto incondizionato dell’alleato americano a essere pubblicamente umiliato in mondovisione dal tycoon nel corso del loro primo vertice a Washington. Nemmeno l’iconico faccia a faccia nella basilica di San Pietro in occasione dei funerali di Papa Francesco è servito a dissipare quella diffidenza di fondo fra Trump e il leader di Kiev. Nelle sue dichiarazioni pubbliche il presidente americano usa quasi sempre toni più morbidi nei confronti di Putin, riservando le stilettate a Zelensky, accusato più volte di essere un “ostacolo” alla pace e di non volere le elezioni per conservare il potere. Uno scenario nel quale l’Europa è rimasta tagliata fuori da ogni interlocuzione e tavolo negoziale. Bruxelles ha continuato con la sua politica di sanzioni verso Mosca e supporto a Kiev, senza però riuscire a far sentire la sua voce in maniera incisiva. Tanto che al Forum di Davos il Vecchio continente è stato sferzato anche dallo stesso Zelensky, che lo accusato di essere un continente “frammentato”, composto da un “caleidoscopio di piccole e medie potenze”. Anche la cosiddetta ‘Coalizione dei Volenterosi’ non ha trovato alcuno sbocco fattivo per le sue proposte. Mosca ha precisato più volte che, anche in caso di un accordo, non accetterà in Ucraina la presenza di truppe di paesi Nato, che saranno considerate un obiettivo “legittimo”. Oltre agli attacchi russi, il leader di Kiev a partire da novembre ha dovuto fare i conti anche con uno scandalo legato alla corruzione che ha scosso il Paese e permesso ai suoi nemici di alzare i toni. Sono rimasti coinvolti non solo ministri, ma anche il potentissimo capo del Gabinetto presidenziale Andriy Yermak, da molti considerato il vero decisore a Kiev, che è stato costretto alle dimissioni. Su pressione Usa, si sono tenuti diversi round di colloqui trilaterali, dalla Turchia a Ginevra, passando per Abu Dhabi, senza però arrivare a una svolta. Le parti hanno più volte parlato di “progressi” e si sono accordate su scambi di prigionieri, ma sul tavolo resta la questione territoriale. Mosca vuole il riconoscimento come russo del Donbass, comprese le parti che non occupa, mentre Kiev rifiuta la cessione di territori e chiede garanzie di sicurezza per prevenire attacchi futuri. La Russia si trincera dietro il rispetto dello “spirito di Anchorage”, dove Putin e Trump avrebbero raggiunto accordi mai resi noti; l’Ucraina risponde appellandosi al diritto internazionale. Il tycoon, desideroso di porre fine al conflitto puntando a ricevere il Premio Nobel per la pace, è passato dall’annunciare in campagna elettorale una soluzione “in un giorno” a definire Putin e Zelensky “due bambini che litigano al parco”, aumentando le pressioni su Kiev. Mentre la guerra, secondo un rapporto pubblicato a fine gennaio dal Center for Strategic and International Studies con sede a Washington, avrebbe causato 1,8 milioni di vittime e feriti tra i soldati ucraini e russi, senza contare i civili.

(*) La Presse

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