Di Giuliano Longo
L’Occidente e Kiev ripetono costantemente il mantra di un cessate il fuoco a lungo termine facendo propria l’ultima “iniziativa di pace” di 30 giorni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Molti autorevoli commentatori russi ritengono che non ci siano ostacoli all’avvio di un simile processo negoziale, anzi in la Russia è pronta immediatamente a sedersi al tavolo delle trattative.
Ma (ed è un MA più che significativo che vira verso un deciso NIET) , alle condizioni poste da Mosca ormai note fra le quali il riconoscimento ufficiale come russe delle regioni di Crimea, DPR, LPR, Zaporizhia e Kherson), nonché della smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina.
Al Cremlino c’è poi il fondato timore che quei 30 giorni non interromperanno gli aiuti militari a Kiev compresi quelli americani che potrebbero riprendere con pari, se non maggiore intensità
Gli ultimi commenti di Trump sui colloqui con la Russia dimostrano che la posizione negoziale degli Stati Uniti si è irrigidita facendo eco a Zelensky per il cessate il fuoco incondizionato di 30 giorni e minacciando di imporre sanzioni in caso di violazione o anche nel caso la tregua non venisse accettata da Mosca.
Nei giorni scorsi Trump ha dichiarato che la richiesta russa sul ritiro dell’Ucraina da tutte le regioni contese è ” chiedere troppo “ manifestando tutta la sua impazienza per la risoluzione di un conflitto che nelle sue intenzioni doveva essere risolto già alcuni mesi fa.
Già alla fine di marzo Trump aveva minacciato di imporre sanzioni secondarie rigorose contro chi acquistava petrolio russo, un mese dopo, congrande soddisfazione degli oltranzisti europei, affermò che Putin lo “stesse solo prendendo in giro” e in quell’occasione ribadì minaccia di sanzioni.
Nel frattempo Stati Uniti e Ucraina hanno firmato firmarono l’atteso accordo sui minerali al quale sono già seguiti alcuni pacchetti di aiuti militari americani anche se qualche analista ritiene che facciano parte di quelli già decisi last minute da Biden.
Sebbene pianificato con largo anticipo rispetto a questi sviluppi delle relazioni russo americane l’ incontro di Putin con Xi a Mosca in occasione della parata del 9 maggio, con ogni probabilità rappresenta la risposta del Cremlino agli ondeggiamenti di Trump.
Poco prima del loro incontro a Mosca già si prevedeva che Putin e Xi potessero raggiungere un accoro che sarebbe andato in vigore se i colloqui di pace con gli americani fossero falliti, il che è puntualmente accaduto, tanto che la stampa europea più autorevole ha subito scritto del fallimento della strategia trumpiana di riavvicinamento a Mosca in funzione anticinese.
Inoltre Washington sa già che la Russia è contraria a un cessate il fuoco incondizionato di 30 giorni come lo era nei precedenti cessate il fuoco proposto dai falliti accordi di Minsk del marzo 2022. Allora come oggi il timore è che questa tregua d’armi venga sfruttata da Kiev per guadagnare tempo facendo ruotare al fronte le sue truppe esauste e riarmandosi prima di riprendere le ostilità.
Nel frattempo verrebbero rinviate all’infinito quelle che Mosca definisce le condizioni fondamentali per la soluzione del conflitto ormai più che note e già definite dalle potenze europee inaccettabili.
Anche i commenti di Vance, inizialmente sfavorevoli a Kiev, chiariscono che gli Stati Uniti considerano eccessive le richieste di Mosca mentre Washington non ha alcuna intenzione di chiedere a Zelensky di accettare le condizioni di Putin che già l’Europe definisce come un capestro.
Anche la proposta di Trump di un cessate il fuoco incondizionato di 30 giorni ha lo scopo di congelare a tempo indeterminato la Linea di Contatto con la minaccia di sanzioni rigorosamente applicate presumibilmente contro coloro che acquistano petrolio russo, intimidendo i principali clienti petroliferi della Russia, fra i quali in primis la Cina, ma anche l’India.
A questo proposito va segnalata la rivelazione di Trump sull’ultima sua telefonata con il premier turco Erdogan e la sua recente dichiarazione del seguente tenore “credo sia naturale chiedere” alla Cina di contribuire a questa impostazione suggerendo implicitamente che Erdogan e Xi facciano pressione su Putin.
A meno che non si verifichi una svolta come lo sfondamento russo della linea del fronte o la sua accettazione del “congelamento” in cambio di qualcosa di significativo da parte degli Stati Uniti (di cui l’opinione pubblica potrebbe non essere a conoscenza), questa sequenza di eventi suggerisce che il processo di pace impostato con eccessiva baldanza da Trump stia per crollare, non solo, ma la guerra per procura con la Russia potrebbe presto intensificarsi.
Una svolta ancora più probabile dopo che Xi e Putin si sono incontrati per la prima volta dopo l’insediamento del Tycoon esibendo la loro sfida a un “Occidente egemonico” che trova eco in altri Paesi terzi Brics, non ultimo il Brasile di Lula presente alla sfilata.
Putin e Xi dopo la parata militare in occasione del Giorno della Vittoria, rinsaldano la “partnership senza limiti” con investimenti chiave nel nucleare e intese militari implicite. Una indiretta risposta di Pechino alla guerra commerciale di Trump che ormai come partener indispensabile sceglie la Russia e non l’Europa come qualche testa d’uovo di Bruxelles andava già ipotizzando.
Sotto il profilo militare e senza immediati sbocchi di pace, si va verso due soluzioni: il proseguimento sine die di un conflitto per procura cronicizzato o l’intervento diretto di truppe NATO sul suolo ucraino con conseguenze inimmaginabili che renderebbero peraltro irrilevante il diniego americano all’ingresso di Kiev nell’Alleanza.
Nell’incertezza di una prossima offensiva russa, mai annunciata ma non improbabile, l’unica certezza (almeno per ora) è rappresentata dal fallimento “globale” della strategie di Trump, resta da vedere quale e quanto determinante potrebbe essere la posizione dei governi europei, spesso divisi e alle prese con una opinione pubblica in parte indifferente se non ostile alle sorti dell’Ucraina.
