di Balthazar
Sebbene la vittoria di Péter Magyar (nella foto) e del suo partito Tisza nelle elezioni del 12 aprile 2026 segni la fine di sedici anni di governo di Viktor Orbán, molti analisti concordano sul fatto che non si tratti di un trionfo del liberalismo europeo, quanto piuttosto di una sfida interna al mondo conservatore.
Magyar è un ex “insider” del sistema Fidesz di Orban e il suo profilo politico non è quello di un progressista, ma di un conservatore moderato radicalmente nazionalista.
Lo stesso suo partito “Tisza”. viene definito come una forza di centro-destra e populista, che aderisce al Gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE).
La sua politica è incentrata su temi come la famiglia, l’identità nazionale e il controllo dei confini, Magyar mantiene quidi posizioni che non si discostano radicalmente dalla destra tradizionale ungherese, promettendo però di gestire queste politiche senza la corruzione e l’isolamento internazionale di Orbán.
Il successo di Magyar è derivato principalmente dalla sua capacità di denunciare il sistema di potere costruito da Orbán, piuttosto che da un’agenda di riforme liberali sui diritti civili.
La sua priorità dichiarata è il ripristino della democrazia formale, l’adesione alla Procura europea (EPPO) e lo sblocco dei fondi UE fermi a causa della corruzione, ma gli osservatori più attenti notano che la sinistra ungherese è quasi scomparsa dal panorama parlamentare e che Magyar ha vinto intercettando il voto dei delusi di destra.
Nonostante le celebrazioni di Bruxelles, gli analisti avvertono che Magyar non sarà un partner “facile”: pur essendo filo-UE, manterrà una forte difesa della sovranità nazionale ungherese su dossier chiave, evitando di conformarsi totalmente ai desiderata liberal-democratici occidentali.
Si ricorda che fu il primo governo di Orbán a portare l’Ungheria nella NATO nel 1999 e a condurre con successo i negoziati per l’adesione del paese all’UE.
La successiva deriva politica di Orbán verso l’illiberalismo, che lo ha portato ad appoggiare Trump, Putin e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, potrebbe sembrare radicale, ma si allinea con la generale tendenza del continente verso destra già presente in alcuni suoi Governi.
La stessa presidenza di von der Leyen della Commissione europea riflette la stessa tendenza, in modo ancora più grottesco di Orbán per quanto riguarda il militarismo.
Come la maggior parte degli ungheresi, Magyar è scettico nei confronti dell’Ucraina e non vuole che il suo paese aiuti Kiev né finanziariamente né militarmente.
In un’intervista pubblicata alla vigilia delle elezioni, Magyar ha affermato che “nessuno vuole un governo filo-ucraino in Ungheria” e che la dipendenza dell’Ungheria dal gas russo lo costringerà a sedersi al tavolo dei colloqui con Putin, anche se i due non diventeranno amici.
Quindi la vittoria di Magyar rappresenta più una restaurazione della legalità democratica all’interno di un quadro nazionale-conservatore che l’affermazione di un modello liberale inteso in senso occidentale. Si tratta, come descritto da alcuni, di un “dualismo tra due destre” piuttosto che di una vittoria delle forze progressiste.
