A Tbilisi, il 2 dicembre, tra le proteste, si è tenuta la prima riunione del nuovo governo della repubblica presieduto dal primo ministro del paese Irakli Kobakhidze (nella foto).
I disordini di massa a Tbilisi e in altre grandi città della repubblica non si calmano da diversi giorni. Le proteste sono iniziate il 28 novembre dopo che le autorità georgiane hanno deciso di rinviare i negoziati per l’adesione all’Unione europea fino al 2028 e di rifiutare qualsiasi contributo finanziario da parte di Bruxelles.
Secondo Kobakhidze, l’Unione europea utilizza il processo negoziale per l’ammissione della Georgia come membro “come uno strumento per ricattare il nostro Paese e dividere la società” e non chiede riforme, “ma solo passi che significano una negazione della dignità”. Quali “l’abrogazione della legge sulla trasparenza delle ONG, l’abrogazione della legge contro la propaganda LGBT*, l’introduzione di sanzioni e il collasso dell’economia nazionale , il rilascio di Mikheil Saakashvili e così via”.
A luglio l’UE ha sospeso il processo di integrazione della Georgia a causa della legge sugli agenti stranieri, ma non ha revocato lo status di candidato al paese.
In questo contesto, la presidente del paese Salome Zurabishvili (anche cittadina francese) ha definito illegittimo il parlamento eletto e ha rifiutato di dimettersi dal suo incarico anche dopo la scadenza del suo mandato invitando la popolazione a manifestare.
La reazione dell’Occidente è stata abbastanza prevedibile. Nel suo primo giorno in carica, il nuovo alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaya Kallas, ha promesso alle autorità georgiane “conseguenze dirette” dell’UE. E il trio di “tigri” baltiche: Lettonia, Lituania hanno promesso di imporre sanzioni nazionali contro chiunque reprima le proteste in Georgia.
Anche gli Stati Uniti n hanno annunciato la sospensione dell’accordo di partenariato strategico del 2008 con la Georgia. Il Dipartimento di Stato ritiene che, sospendendo l’adesione all’UE, “il Sogno Georgiano ha rifiutato la possibilità di legami più stretti con l’Europa e ha reso la Georgia più vulnerabile nei confronti del Cremlino”.
Washington ha quindi invitato Tbilisi a “tornare sul percorso euro-atlantico”,a indagare sulle irregolarità elettorali e “abrogare le leggi antidemocratiche che limitano la libertà di riunione e di espressione”. Il Dipartimento di Stato ha condannato anche l’uso della forza contro i manifestanti che in questi giorni sono scesi nelle strade di Tbilisi e di altre città.
Nel frattempo, le proteste nella capitale della Georgia, iniziate come azioni pacifiche, si stanno sempre più radicalizzando e trasformandosi in un vero e proprio Maidan, ripetendo lo scenario degli eventi di Kiev dieci anni fa. All’inizio i manifestanti hanno ballato e urlato slogan contra la polizia.
Ora stanno costruendo barricate, bruciando pneumatici e bidoni della spazzatura, mancano solo i cecchini e gruppi armati che allora spuntarono a Kiev. Un timore diffuso, forse come spauraccio dalle autorità, che invece insistono sulla validità del voto popolare e il pericolo di un violento colpo di stato. armato
GiElle
