La “Grande Israele” è diventata una strategia politica sionista che va oltre la visione del Talmud di uno stato ebraico tra l’Eufrate e il Nilo, mentre storicamente si riferisce ai piani elaborati dall’Organizzazione Sionista Mondiale del 1919.
Piani che, che includevano parti del Libano meridionale e della Siria, la riva sinistra del fiume Giordano (nell’attuale Giordania) e parte della penisola del Sinai in Egitto .
Per realizzarla, Israele oggi non si limita all’occupazione di nuovi territori, ma mira anche al dominio militare su vaste aree del Medio Oriente con sfere d’influenza in continua espansione a cui si frappone solo l’Iran. e L’Iran .
L’influenza Israeliana in espansione
Israele occupa e colonizza le alture del Golan siriane da quasi 60 anni e negli ultimi due ha cercato di annettere ulteriori territori siriani. L’espansione a nord e a sud delle alture del Golan migliorerebbe l’accesso alle risorse idriche e rafforzerebbe la posizione strategica di Israele, che domina Damasco.
Il Libano meridionale è un territorio che Israele ha a lungo cercato di controllare e che ha ripetutamente invaso. Il suo esercito lo occupa attualmente e ha iniziato a radere al suolo i villaggi per impedire il ritorno degli abitanti. L’area è strategica non solo per il suo territorio montuoso, ma anche per le sue risorse idriche.
Israele ambisce al controllo della sponda orientale del fiume Giordano. L’acquisizione del controllo su quest’area non solo aumenterebbe l’accesso ai terreni coltivabili, ma fornirebbe anche una maggiore profondità strategica contro le minacce provenienti da est, storicamente associate a Iraq e Iran.
Ma il controllo di quest’area porrebbe inoltre sotto l’influenza israeliana importanti rotte di transito regionali, in particolare quelle che collegano la penisola arabica al Mediterraneo orientale.
Nel loro insieme, questi scenari espansionistici garantirebbero a Israele un maggiore accesso a vie navigabili strategiche come il Mar Rosso e la vicinanza a importanti risorse energetiche. Ciò, a sua volta, potrebbe accrescere significativamente la sua influenza geopolitica nel plasmare le dinamiche regionali.
Il suo “dominio” militare
In questo contesto, il “dominio” implica la capacità di agire unilateralmente e di proiettare la propria forza oltre i confini imponendo libertà di azione non solo sugli stati confinanti – Giordania, Siria e Libano – ma anche su Egitto, Iraq, Iran, Yemen, gli stati del Golfo e persino su alcune zone del Corno d’Africa, come la Somalia.
Israele ha compiuto progressi ricorrendo alla forza contro i paesi vicini, ma ha anche concluso diversi accordi di pace e sicurezza con i paesi del Mediterraneo orientale.
Altro passo fondamentale è stato anche il successo dell’attività di lobbying che ha portato Israele a passare sotto la giurisdizione del Comando Centrale degli Stati Uniti- che copre il Medio Oriente – anziché sotto quella del Comando Europeo degli Stati Uniti.
Tali accordi vengono giustificati nell’ambito della cooperazione militare e di sicurezza, ma garantisce a Israele anche la capacità di lanciare attacchi preventivi contro minacce percepite come imminenti.
Meccanismi simili esistono già nella penisola del Sinai con gli accordi di Camp David che consentono a Israele di mantenere una zona cuscinetto demilitarizzata, imponendo limiti alle forze egiziane, comprese restrizioni sullo spazio aereo, e mantenendo la Forza Multinazionale di Osservatori che fornisce un sistema di allerta precoce.
Una sfera di influenza geopolitica
Un altro elemento del progetto “Grande Israele” consiste nella creazione di una sfera di influenza geopolitica che farebbe di Israele l’attore chiave nel condizionare la politica interna dei paesi che ritiene appartenenti a tale sfera, emulando le grandi potenze del passato come la Gran Bretagna coloniale.
Negli ultimi due anni, Israele ha sperimentato questo approccio in Libano, dove ha cercato di condizionare il panorama politico interno e la formazione del governo. esercitando pressioni militari e rafforzando i gruppi propensi ad accettare gli assetti politici israeliani.
Per espandere la propria sfera d’influenza deve sfruttare il sostegno – sia soft che hard – degli Stati Uniti nella regione consentendo a Washington di inserire gli interessi regionali israeliani nella politica estera statunitense in Medio Oriente. Non a caso il sostegno militare e finanziario degli Stati Uniti a diversi Stati della regione è stato subordinato all’accettazione, da parte di questi ultimi, dei diktat israeliani negli affari regionali.
L’Iran ultima barriera
Negli ultimi decenni, Israele ha rimosso, uno dopo l’altro, i vari ostacoli al suo progetto di “Grande Israele” e l’’Iran è rimasto uno degli ultimi, mentre convinceva gli Stati Uniti ad avviare la guerra contro l’Iran.
A un mese e mezzo dall’inizio del conflitto l’incertezza di Israele nel sconfiggere l’Iran – persino con il pieno appoggio degli Stati Uniti – rappresenterebbe una grave battuta d’arresto per la sua strategia del “Grande Israele”.
Sebbene il suo obiettivo nel lanciare la guerra contro l’Iran fosse quello di spianare la strada alla propria egemonia regionale, corre invece il rischio di trovarsi ad affrontare una resistenza regionale ben più forte e capillare di quella opposta da Teheran.
Anche gli Stati Uniti stessi potrebbero ostacolare il processo, o quantomeno rifiutarsi di fornire un aiuto incondizionato come hanno fatto finora. Infatti i sondaggi che segnalano cambiamenti drastici nell’opinione pubblica statunitense, con atteggiamenti negativi che raggiungono livelli storici.
Più si protrae il conflitto in corso e più si restringe l’opportunità per realizzare il progetto della “Grande Israele” con il sostegno degli Stati Uniti. Una situazione che spiega la volontà di Netanyahu a “raggiungere tutti gli obiettivi” inziali del conflitto, con la sostanziale distruzione non solo del regime, ma anche dello stesso Stato Iraniano.
