di Michele Rutigliano (*)
L’appello dei vescovi: “Il mondo ha bisogno dell’Europa” è stato firmato venerdì scorso dal Cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, insieme ai presidenti delle Conferenze episcopali di Francia, Germania e Polonia – Jean-Marc Aveline, Georg Bätzing e Tadeusz Wojda. Il titolo è già un programma politico e morale. Sullo sfondo dei proclami di Donald Trump, del riemergere dell’euroscetticismo e delle pulsioni nazionaliste, la Chiesa cattolica europea sceglie di intervenire con parole nette. L’Europa, scrivono i cardinali, non è soltanto un mercato o un’alleanza difensiva: è un progetto storico nato dalle macerie di due guerre mondiali, un laboratorio di riconciliazione tra popoli che per secoli si erano combattuti. Non è un caso che, a margine del Consiglio europeo in Belgio, il cancelliere tedesco Friedrich Merz abbia dichiarato: «C’è una frattura sempre più evidente tra Usa e Ue, perché la cultura MAGA non è la nostra». Parole pronunciate alla presenza di Mario Draghi ed Enrico Letta, che suonano come la presa d’atto di una distanza culturale prima ancora che geopolitica. L’Europa che nasce nel secondo dopoguerra – quella di De Gasperi, Schuman, Adenauer – affonda le sue radici nel personalismo cristiano, nella centralità della dignità umana, nel rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. È un’Europa che ha fatto della cooperazione, del multilateralismo e dell’integrazione il proprio orizzonte.
Le radici cristiane contro i suprematismi identitari
La cultura politica che ispira il movimento MAGA – “Make America Great Again” – si fonda su un’idea di primato nazionale assoluto, su una visione competitiva e spesso conflittuale delle relazioni internazionali, su un uso identitario della religione piegata a simbolo di appartenenza etnica o culturale. Le radici cristiane dell’Europa, al contrario, hanno generato un’idea di comunità aperta. Il cristianesimo europeo, pur con le sue ombre storiche, ha prodotto la nozione di persona come valore inviolabile, l’idea di solidarietà sociale, la distinzione tra potere spirituale e potere politico. Dopo gli orrori del Novecento, questa eredità si è tradotta in istituzioni sovranazionali pensate per impedire il ritorno dei nazionalismi aggressivi. Qui sta il punto di dissenso sostanziale. La filosofia MAGA tende a privilegiare l’unilateralismo, a guardare con sospetto le organizzazioni internazionali, a ridurre la cooperazione a mero strumento di convenienza. L’Europa, invece, ha scelto di limitare volontariamente parti della propria sovranità per costruire una sovranità condivisa più forte e più stabile. Quando i vescovi europei mettono in guardia contro i tentativi di dividere il continente, non fanno un’analisi di parte: ricordano che l’unità europea è un bene fragile, minacciato da spinte centrifughe interne e da pressioni esterne. L’idea che l’Europa debba tornare a una somma di Stati isolati e competitivi non è solo politicamente miope; è storicamente pericolosa.
Il destino dell’Europa non lo decide Trump
Oggi, il futuro dell’Europa appare sempre più autonomo rispetto alle pretese egemoniche o isolazioniste di Washington. Non si tratta di antiamericanismo, ma di maturità politica. Se davvero esiste una frattura culturale, essa nasce dalla diversa concezione del potere: da una parte la logica della forza e del primato; dall’altra la logica della cooperazione e del diritto. L’Europa cristiana, quella che ha saputo trasformare il conflitto in integrazione, non può riconoscersi in una cultura che flirta con suprematismi e chiusure identitarie. Il suo destino – libero, unito e sovrano – passa attraverso la fedeltà alle proprie radici e la capacità di parlare con una voce sola nel mondo. Il mondo, scrivono i vescovi, ha bisogno dell’Europa. Forse perché, in un tempo di muri e di slogan, resta uno degli ultimi esperimenti riusciti di riconciliazione tra popoli. In poche parole, la cultura MAGA non solo non ci appartiene; ma, nella prospettiva degli Stati Uniti d’Europa, è destinata a scomparire per sempre.
(*) Giornalista
