Esteri

Lo Stato che smette di sospettare: una lezione argentina che interroga l’Europa

di Riccardo Bizzarri (*)

 

C’è un momento, nella storia delle istituzioni, in cui una legge smette di essere solo tecnica e diventa simbolo. L’approvazione, da parte del Senato argentino (nella foto), del primo bilancio in pareggio fiscale di uno schieramento non peronista e, soprattutto, della Ley de Inocencia Fiscal, appartiene a questa categoria rara: non è solo una riforma contabile, ma un atto filosofico prima ancora che politico.

Per la prima volta, uno Stato dice esplicitamente ai suoi cittadini: non sei colpevole finché non dimostro il contrario. È una frase che sembra ovvia, quasi banale, se letta alla luce del diritto penale moderno. Eppure, nel campo fiscale, è stata per decenni sistematicamente tradita.

Come scriveva John Locke, «lo scopo della legge non è abolire o limitare la libertà, ma conservarla e ampliarla». La Ley de Inocencia Fiscal sembra muoversi esattamente in questa direzione: interrompere quel meccanismo perverso per cui lo Stato, incapace di governare la spesa, finisce per governare la paura. Paura dei controlli, delle presunzioni, delle interpretazioni retroattive, di un potere pubblico che osserva tutto e tutti come se il patrimonio fosse, di per sé, una colpa da spiegare.

Il cuore della riforma è semplice e, proprio per questo, radicale. L’onere della prova viene rovesciato: non è più il cittadino a doversi giustificare, ma l’amministrazione, la nuova ARCA, erede dell’AFIP, a dimostrare l’illecito. Le soglie penali vengono innalzate a livelli tali da restituire al diritto penale la sua funzione naturale: colpire i comportamenti gravi, non gli errori formali. I tempi di accertamento si accorciano, perché l’incertezza prolungata è essa stessa una forma di pena. E il regime semplificato basato sul fatturato “blinda” il contribuente, sottraendolo a future riletture arbitrarie del suo passato.

Qui non c’è solo economia. C’è una precisa idea di Stato. Uno Stato che rinuncia a essere, per usare le parole di Javier Milei, predatore, per tornare a essere arbitro. Ma non l’arbitro ossessivo che fischia a ogni contatto, convinto che ogni giocatore stia cercando di barare. Piuttosto, un arbitro che interviene solo sui falli gravi e manifesti, lasciando scorrere il gioco. Una metafora calcistica, certo, ma sorprendentemente precisa: quando le regole sono troppe e applicate senza misura, il gioco si paralizza; quando sono poche e chiare, il gioco fiorisce.

Michel Foucault parlava di panopticon come modello del potere moderno: un controllo permanente che induce l’individuo ad auto-sorvegliarsi. Il sistema fiscale tradizionale ha spesso assunto questa forma: una sorveglianza diffusa che non distingue più tra evasore e contribuente onesto, trasformando tutti in sospetti permanenti. La riforma argentina tenta di spezzare questo schema, sostituendo il controllo totale con la responsabilità individuale.

Il messaggio è netto: il risparmio non è un indizio di colpa, il patrimonio non è un reato latente, la libertà economica non è una concessione dello Stato ma un diritto originario. E solo uno Stato che rispetta questi principi può sperare di far rientrare i capitali, ricostruire fiducia, rimettere in moto crescita e investimenti.

Certo, resta il giudizio politico, resta il rischio, resta la prova del tempo. Ma le grandi svolte non sono mai prive di rischio. Aristotele ricordava che «il coraggio è la virtù di chi sceglie il bene pur conoscendo il pericolo». Ecco perché questo passaggio va letto con attenzione e con un po’ di rammarico.

Rammarico per ciò che altrove non si è avuto il coraggio di fare.
Peccato, davvero.

(*) Giornalista

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