di Viola Scipioni
Mentre la premier Giorgia Meloni ribadiva la linea «si vis pacem, para bellum» al Consiglio europeo e al vertice Nato dell’Aia, la sinistra italiana si produceva nell’ennesima giravolta retorica. Da un lato, proclami pacifisti in aula e sui social, con Elly Schlein che cita la Costituzione e invoca «la pace da costruire», non da armare. Dall’altro, l’assenza clamorosa di Partito democratico e Avs all’unico vero contro-evento dedicato proprio alla pace e al disarmo, quello organizzato all’Aia dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, con una platea – pur caotica e minoritaria – di partiti e movimenti europei dichiaratamente contrari al riarmo continentale.
È l’ennesima rappresentazione plastica della crisi di identità di un centrosinistra che si dice progressista ma che, nei fatti, arranca tra ambizioni centriste, nostalgie uliviste e fascinazioni radicali. Il Pd, in particolare, pretende di federare le anime civiche e moderate del Paese, dai cattolici sociali ai laici liberali, ma nei fatti continua a pendere verso l’asse Conte-Bonelli-Fratoianni. Un’area che non solo non è centrale, ma che spesso sfiora i toni della sinistra antagonista, con l’aggravante dell’ambiguità su temi cruciali come la guerra in Ucraina o il ruolo della Nato.
Lo si è visto anche nelle fratture interne: dai riformisti dem come Pina Picierno, Simona Malpezzi e Filippo Sensi (sempre più costretti a smarcarsi) alle spaccature in Parlamento europeo sul piano “ReArm Europe”, fino alle manifestazioni dove il partito si è presentato diviso, sparpagliato tra cortei soft e raduni ultra. Schlein parla di Costituzione e ripudio della guerra, ma evita di partecipare a qualsiasi iniziativa che abbia una reale valenza politica e simbolica sul tema. E se la segretaria dem non era attesa all’Aia, ancor più eloquente è stata la scelta dell’intero partito (e dei suoi alleati verdi e rossi) di non inviare nemmeno un osservatore ufficiale.
Intendiamoci: il contro-summit promosso da Conte, tra proclami retorici, revisionismi storici e vecchie glorie della sinistra radicale europea, è stato tutto fuorché una manifestazione compatta e strategica. Un’«internazionale dello zero virgola» piena di slogan e pochi contenuti reali, con defezioni importanti dall’Europa del nord e dell’est. Ma proprio per questo, la latitanza del Pd e dei suoi alleati è doppiamente significativa: non hanno avuto il coraggio di prendere le distanze né di confrontarsi, preferendo rifugiarsi nell’ennesima ambiguità.
Così, mentre Conte si mette alla testa del pacifismo continentale (pur con tutta la sua incoerenza pregressa: da Trump a Salvini), i partiti che dovrebbero rappresentare la sinistra riformista e ambientalista si ritrovano afoni, marginali e incapaci di scegliere una direzione. La domanda allora è inevitabile: può davvero guidare una coalizione larga un partito come il Pd, che non riesce a distinguersi né dai suoi alleati più estremi, né a costruire un ponte credibile verso il centro?
Nel frattempo, all’Hotel Parco dei Principi, l’assessore Alessandro Onorato lancia la rete dei civici per «ampliare l’offerta politica a sinistra». Un tentativo forse sincero, ma che rischia di restare velleitario se alla base della coalizione continua a mancare ciò che oggi pare più urgente di tutto: coerenza.
