Politica

Quando la Repubblica si mette il fondotinta

di Riccardo Bizzarri (*)

C’è stato un tempo in cui il Quirinale era il luogo della misura, del silenzio istituzionale, del peso della storia. Poi è arrivato Carlo Conti con un video sui social e ci ha spiegato che no, tranquilli: adesso è anche il backstage di Festival di Sanremo.

Applausi. Cuoricini. Emozione immensa. Manca solo il phon acceso sotto i soffitti affrescati.

Per la prima volta nella storia, ci viene detto con la solennità che si riserva agli eventi epocali, i Big di Sanremo saranno ricevuti dal Presidente della Repubblica. Non gli scienziati che fuggono all’estero, non i sindaci dei comuni che chiudono le scuole perché manca il riscaldamento, non i lavoratori invisibili. I Big. Con la B maiuscola, come Dio, Patria e Ritornello.

Il tutto annunciato con la voce rotta dall’emozione, come se Kant avesse appena accettato di fare il co-conduttore.

Del resto, lo sappiamo: Sanremo non è più un festival, è una liturgia. Non si guarda: si subisce. Non si critica: si partecipa. È l’ostensione annuale della melassa nazionale, quella sostanza vischiosa che trasforma qualsiasi cosa tocchi canzoni, istituzioni e  persino il Colle  in uno spot motivazionale.

Quando Sergio Mattarella accoglierà i cantanti, sarà il trionfo definitivo dell’equivoco: la confusione tra rappresentanza e rappresentazione.
Guy Debord lo aveva spiegato meglio di Carlo Conti: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale mediato dalle immagini.”
E infatti eccoci qui: la Repubblica mediata da una stories.

C’è qualcosa di profondamente italiano in tutto questo. L’idea che per essere legittimati serva una foto, un cuore rosso, un applauso su Instagram. Che l’arte debba essere certificata dal potere e il potere addolcito dall’arte, fino a non distinguere più chi canta e chi governa. Platone, che dalla Repubblica voleva cacciare i poeti perché pericolosi, oggi probabilmente li inviterebbe a pranzo purché portino share.

Carlo Conti parla di “gioia immensa”. Ed è vero: la gioia è tutta Sua, e di un sistema che da decenni scambia il consenso per consenso informato. Perché Sanremo non racconta il Paese: lo narcotizza. È la ninna nanna nazionale, quella che ti fa credere che vada tutto bene mentre fuori la casa scricchiola.

Nietzsche scriveva che “ogni epoca ha lo spettacolo che si merita”.
Se è così, questo è il nostro: un Paese che porta il Festival al Quirinale e poi si chiede, con aria sorpresa, perché non riesce più a distinguere il sacro dal karaoke.

E allora sì, andate pure. Salite quelle scale. Fatevi la foto ufficiale.
Ma abbiate almeno l’onestà di dirlo chiaramente: non è la musica che entra nella storia.
È la storia che, per una sera, decide di fare il playback.

(*) Giornalista

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