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  Scuola, la barzelletta italiana: se uno studente può rifiutare l’orale, il rispetto è (definitivamente) morto

 

di Riccardo Bizzarri

 

 

«Signori grazie di tutto, ma io questo colloquio di maturità non lo voglio sostenere. Arrivederci». Bastano queste parole, pronunciate da Gianmaria Favaretto, 19enne ex studente del liceo scientifico Fermi di Padova, per capire a che punto siamo arrivati con la scuola italiana. Un sistema che sembra ormai una barzelletta in cui tutto è possibile, dove il rispetto per i professori, colpa loro, ma non solo, è crollato a livelli imbarazzanti, e dove la maturità, un tempo rito di passaggio, rischia di diventare un optional.

La vicenda è semplice ma emblematica: Gianmaria si presenta all’orale, firma il registro e comunica alla commissione che non intende sostenere il colloquio. Non lo fa per noia o impreparazione, ma come gesto di protesta verso un sistema che, a suo dire, «non rispecchia la reale capacità degli studenti». E come spiegare la sua decisione? «L’esame di maturità per me è una sciocchezza», ha detto nell’intervista rilasciata al Mattino di Padova, aggiungendo che i voti sono diventati strumenti di competizione feroce più che di crescita.

Il punto è che Gianmaria non ha agito in modo sconsiderato: aveva calcolato che con 31 punti di crediti scolastici, 17 nel tema di italiano e 14 in matematica avrebbe comunque totalizzato 62 punti, sufficienti a prendere il diploma. «Credo di essere il primo che fa una cosa del genere al Fermi», ha dichiarato con un pizzico di orgoglio. Dietro, però, c’è più di un semplice calcolo: c’è la denuncia di un sistema educativo che ha perso credibilità, schiacciato tra burocrazia, programmi standardizzati e insegnanti spesso incapaci di trasmettere passione.

E in effetti, come dargli torto quando spiega che «l’attuale meccanismo di valutazione degli studenti non rispecchia la reale capacità dei ragazzi, figuriamoci la maturità»? Un’affermazione pesante, che descrive bene una scuola dove i ragazzi si sentono numeri e i voti diventano un’ossessione, un’ansia, una gara a chi schiaccia l’altro. «In classe c’è molta competizione. Ho visto compagni diventare cattivi per un voto», ha raccontato, sottolineando un clima scolastico tossico, alimentato tanto da famiglie troppo invadenti quanto da insegnanti che misurano tutto con il metro del rendimento immediato.

Questa esasperazione, spiega Gianmaria, lo ha accompagnato fino all’ultimo anno di scuola superiore, quando ha capito di aver raggiunto il suo «limite di sopportazione». Così è nata la decisione di dire “no” all’orale, un atto che molti leggono come mancanza di rispetto, ma che lui rivendica come gesto di autonomia: «Perché dovevo fare una cosa solo perché la fanno tutti? Ho preferito usare la mia testa».

La reazione della commissione è stata inizialmente di stupore misto a rigidità: «La presidente mi ha detto che non sostenendo l’orale insultavo il lavoro dei docenti che avevano corretto i miei scritti», ha rivelato il ragazzo. E in un certo senso è vero: un sistema basato su regole comuni non può sopravvivere se ciascuno decide cosa fare e cosa no. Ma la responsabilità non è solo di Gianmaria: è di una scuola che ha smesso di educare al rispetto reciproco, all’autorevolezza (non autoritarismo) dei docenti, alla responsabilità come fondamento della convivenza civile.

Alla fine, dopo un confronto con i professori interni che lo conoscevano bene, è arrivato un compromesso: Gianmaria ha accettato di rispondere ad alcune domande, ottenendo 3 punti aggiuntivi che gli hanno permesso di chiudere l’esame con un 65/100. La maturità è salva, ma il segnale resta: se oggi un ragazzo può sottrarsi a una parte dell’esame di Stato, domani cosa potrà diventare facoltativo? La scuola è già un campo minato, dove regnano confusione normativa, pressioni sociali e genitori che spesso difendono i figli anche quando hanno torto marcio; serve davvero altro per minare ciò che resta di autorevolezza?

Eppure, c’è anche un aspetto positivo in questa storia: Gianmaria ha dimostrato un carattere fuori dal comune. «In terza sono stato bocciato, mi è servito per maturare. Sbagliando si impara», ha detto, sottolineando un concetto che il sistema scolastico fatica a insegnare: l’errore come opportunità, non come fallimento.

La reazione della famiglia? «Non li avevo avvisati. Ho spiegato loro come la penso, e sono stati comprensivi», ha raccontato. Ora il giovane guarda avanti: l’università lo aspetta, e con essa nuove sfide, forse in un ambiente in cui troverà più spazio per la sua personalità e meno ansia da voto.

E allora sì, lo dico senza esitazioni: se un domani dovessi assumere qualcuno, assumerei sicuramente questo ragazzo. Non per la sua preparazione scolastica, quella la può colmare studiando, ma per il carattere, la capacità di pensare con la propria testa e la forza di prendersi la responsabilità di una scelta impopolare. Perché in un Paese dove in troppi seguono il gregge, servono persone che abbiano il coraggio di fermarsi, guardarsi attorno e dire: «No, grazie. Io la penso diversamente».

(*) Giornalista

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