Politica

COP29 a Baku: Meloni si scopre ecologista

di Viola Scipioni

È iniziata l’11 novembre e terminerà il 22 dello stesso mese la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in cui i leader mondiali si sono esibiti in preoccupanti discorsi riguardo il nostro pianeta e sulla sua salvaguardia. Quest’edizione, tenutasi interamente presso lo Stadio Olimpico di Baku, in Azerbaigian, ha visto come una dei protagonisti la nostra Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha tenuto un discorso di poco più di cinque minuti concentrandosi soprattutto sull’impegno dell’organizzazione del limitare l’aumento delle temperature terrestri. «Questo vertice» ha detto Meloni «è chiamato a dare ulteriore impulso all’impegno per limitare l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5°C». Sulla precedente edizione, COP28, Meloni ha parlato degli «obiettivi ambiziosi» riguardanti l’energia pulita: «per triplicare la capacità di generare energia rinnovabile nel mondo e raddoppiare il tasso globale di miglioramento dell’efficienza energetica è necessaria la collaborazione di tutti, oltre ad un adeguato sostegno finanziario». Meloni sembra molto consapevole e convinta del peso diplomatico e non solo dei cambiamenti climatici, cosa che non si direbbe quando invece si ritrova in madrepatria. La Presidente avrebbe addirittura affermato come «l’Italia intende continuare a fare la propria parte. Destiniamo già gran parte degli oltre quattro miliardi di euro del Fondo per il Clima al continente africano e continueremo a sostenere iniziative come il Green Climate Fund e il Loss and Damage Fund, oltre che a promuovere il coinvolgimento delle Banche multilaterali di sviluppo». Anche il clima, quindi, è diventato questione politica e non più sociale, su cui si discute sempre di più ma nei modi sbagliati: difficilmente, infatti, chi vota Meloni ed il centrodestra lo fa per le idee di prevenzione sul riscaldamento globale e la salvaguardia del pianeta.

Ma dalla sinistra italiana è riuscita comunque a distaccarsene, a modo suo, quando ha cominciato a discutere di energia nucleare: «abbiamo bisogno di un mix energetico equilibrato per migliorare il processo di transizione. Dobbiamo utilizzare tutte le tecnologie a disposizione. Non solo rinnovabili, ma anche gas, biocarburanti, idrogeno, cattura della CO2 e, in futuro, il nucleare da fusione che potrebbe produrre energia pulita, sicura e illimitata. L’Italia è impegnata in prima linea sul nucleare da fusione. Nell’ambito della nostra Presidenza del G7, abbiamo organizzato la prima riunione del Gruppo mondiale per l’energia da fusione promosso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Intendiamo rilanciare questa tecnologia che potrebbe cambiare la storia in quanto può trasformare l’energia da arma geopolitica a risorsa ampiamente accessibile» ha detto Meloni, riportando però qualcosa di non proprio corretto. La fusione nucleare, infatti, è una tecnologia che non si potrà usare prima del 2050 e ciò entra in netto contrasto con la lotta al riscaldamento globale. Per quell’anno, infatti, bisognerà già da un pezzo aver provveduto doverosamente a riguardo. Ma in un evento come quello di COP29, dove perfino Ilham Aliyev, leader autoritario dell’Azerbaigian, ha fatto alzare qualche sopracciglio col suo discorso, le incorrettezze della nostra premier sono immediatamente passate in secondo piano. Per il Presidente, i combustibili fossili sono un «dono di Dio» e le «ipocrisie politiche» e le «fake news» dell’Occidente non farebbero altro che rallentare un sano processo per giungere all’energia pulita, al punto tale da giustificare il proprio atteggiamento per avere venduto combustibili fossili sul libero mercato. Insomma, meglio un leader incolto che uno autoritario.

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