di Giuliano Longo (*)
In attesa dell’arrivo di Donald Trump previsto per maggio, Xi ha incontrato a Pechino, il 10 aprile la leader dell’opposizione taiwanese Cheng Li-wun, il Kuomintang.
Il Kuomintang (KMT) rappresenta la principale forza di opposizione a Taiwan ed esercita un peso politico significativo, agendo come il principale contrappeso al governo del Partito Progressista Democratico (DPP) guidato dal presidente Lai Ching-te.
Nonostante la sconfitta alle presidenziali del 2024, il KMT ha consolidato la sua posizione nel panorama politico taiwanese attraverso una strategia basata sul controllo legislativo e sul dialogo con Pechino.
Dopo le elezioni del 2024, il KMT è emerso come il primo partito in Parlamento, con 52 seggi su 113, superando il DPP (51 seggi). Grazie ad un’alleanza tattica con il Taiwan People’s Party (TPP), quindi il KMT detiene di fatto la maggioranza nel legislativo, bloccando o rallentando le iniziative del governo, inclusi importanti budget per la difesa.
La visita di Cheng in Cina non è stata senza precedenti, infatti il partito di opposizione taiwanese – a partire dal 2025 – ha tenuto diversi cicli di colloqui diretti con Pechino nel formato”da partito a partito”.
Ovviamente sarebbe stato più importante se il leader di Taiwan, Lai Ching-te del Partito Progressista Democratico (DPP), avesse compiuto il viaggio, ma è notoriamente inviso a Pechino a causa delle sue inclinazioni indipendentiste, anche se una sua prossima visita non si può escludere.
Negli ultimi anni la situazione tra le due sponde dello Stretto è diventata così tesa che le agenzie di intelligence statunitensi avevano previsto una guerra già nel 2027. Fortunatamente, questa stima è stata attualmente ridimensionata anche se lo Stretto di Taiwan rimane una polveriera pericolosa.
Il viaggio ha avuto anche altri significati importanti.
Cheng è rimasta in Cina per un’intera settimana visitando Nanchino, città al famosa nella storia cinese moderna non solo per l’atroce massacro di centinaia di migliaia di innocenti perpetrato dai giapponesi, ma anche come capitale storica della Repubblica di Cina, nome ufficiale adottato dal governo di Taiwan.
Nanchino ospita anche il mausoleo di Sun Yat-sen , luogo sacro per le relazioni tra le due sponde dello Stretto, poiché Sun – medico formatosi negli Stati Uniti e padre fondatore della Cina moderna – è venerato sia a Taipei che a Pechino.
Durante il suo viaggio, Cheng ha incontrato XI il quale ha affermato: “i compatrioti taiwanesi non hanno mai dimenticato che le loro radici sono nella Cina continentale”, aggiungendo che le loro “radici cinesi… provengono dal nostro sangue, sono radicate nella storia e sono incise nei nostri cuori. Non potranno mai essere dimenticate, né potranno mai essere cancellate”.
Tuttavia Xi non ha insistito su un’unificazione a breve termine, sottolineando invece che la tendenza “delle due sponde dello Stretto ad avvicinarsi, a connettersi e a unirsi non cambierà“.
Durante l’incontro, Cheng non ha usato mezzi termini riguardo all’identità di Taiwan spiegando che “la stragrande maggioranza della popolazione di Taiwan discende da antenati che attraversarono il confine dalla Cina continentale a Taiwan. Portano cognomi cinesi, parlano lingue cinesi, celebrano festività cinesi e venerano divinità cinesi” aggiungendo che “la cultura cinese è sempre stata parte integrante del DNA della società taiwanese…”.
Cheng ha inoltre proposto alcune aree di cooperazione costruttiva tra le due sponde dello stretto, osservando che “le nostre esperienze e i nostri punti di forza possono essere reciprocamente complementari“.
Per la maggior parte degli strateghi americani, queste sono parole difficili da accettare, dato che hanno trascorso gran parte dell’ultimo decennio cercando di trovare modi per stabilizzare le relazioni tra Cina e Taiwan attraverso la deterrenza militare piuttosto che con il dialogo diplomatico o la riconciliazione. Ma l’approccio di Cheng rappresenta una svolta visto che Taiwan non può vincere una corsa agli armamenti con la Cina finché gli Stati Uniti sono lontani e dotati da una potenza militare limitata per la sua difesa.
La coraggiosa iniziativa di pace di Cheng sta suscitando aspre critiche negli Stati Uniti . Il Wall Street Journal ha scritto, con evidente sarcasmo: “l’interpretazione più benevola della visita della signora Cheng è che il suo partito ritiene che la migliore strategia per Taiwan sia quella di placare il signor Xi e scongiurare una crisi. Che carina!”.
Ma il coinvolgimento degli Stati Uniti in un’altra guerra asiatica non è certamente ciò di cui l’America o la regione abbiano bisogno, visti anche gli esiti incerti del conflitto con l?iran. Quindi tutti questi approcci per un nuovo rapporto fra le due Cine si fonda sul pragmatismo e sulla stabilità senza minacciare la posizione strategica degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico..
Cheng è coraggiosa, ma ha ancora molta strada da fare prima di poter realizzare il suo obiettivo di riconciliazione tra le due sponde dello Stretto. Se il suo approccio riuscisse a disinnescare la polveriera tra Cina e Taiwan, avrebbe compiuto un passo di enorme importanza verso la pace e la stabilità tra Stati Uniti e Cina nel XXI secolo.
Il fatto che la visita di Cheng avvenga a poche settimane dall’incontro – a meno che non venga ancora rinviato – fra il Presidente americano e quello cinese – che dovrebbe soprattutto affrontare le controversie a livello economico globale – non esclude un tentativo di rapprochement fra le due potenze proprio sullo scottante tema di Taiwan.
Una scelta di distensione nonostante le velleità bellicose e di riarmo del Giappone vantate della sua presidente di destra Sanae Takaichi la quale vanta di poter difendere l’isola dal dragone cinese ad ogni costo, opzione che senza l’intervento degli Stati Uniti risulta piuttosto velleitaria.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
