La spesa militare globale tocca il massimo storico: 2.887 miliardi nel 2025. Un riarmo che alimenta conflitti e sottrae risorse alla sanità e alla lotta contro la fame.
di Marianna Lentini (*)
Nuovo record storico nella spesa militare globale che nel 2025 ha toccato quasi i tremila miliardi di dollari. I dati diffusi dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) nei giorni scorsi confermano la tendenza generalizzata a reagire a guerre, incertezza e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo. Un orientamento che sembrerebbe destinato a continuare nel 2026 e probabilmente anche oltre.
Undici anni di riarmo globale senza sosta
Le spese destinate agli armamenti – pari a 2.887 miliardi di dollari – aumentano per l’undicesimo anno consecutivo, segnando una crescita del 41 per cento dal 2016 al 2025 e portando l’onere militare globale — ossia la spesa bellica in rapporto al prodotto interno lordo (PIL) — al 2,5 per cento, il livello più alto dal 2009.
L’incremento rispetto all’anno precedente è stato del 2,9 per cento, una crescita che sembrerebbe significativamente inferiore al +9,7 per cento registrato nel 2024. Tuttavia, questo rallentamento è in gran parte dovuto a un calo della spesa militare statunitense — che ha comunque toccato i 954 miliardi di dollari — in conseguenza del fatto che, nel corso dell’anno, Washington non ha approvato alcun nuovo aiuto finanziario militare per l’Ucraina. Tendenza alla diminuzione destinata tuttavia a invertirsi perché la cifra approvata dal Congresso per gli investimenti bellici è salita a oltre mille miliardi di dollari nel 2026 e potrebbe aumentare ulteriormente, arrivando a 1.500 miliardi nel 2027, se l’ultima proposta di bilancio del presidente Trump venisse accettata. Al di fuori degli States la spesa totale è cresciuta del 9,2 per cento.
Chi guida il riarmo globale
Sebbene gli Stati Uniti rimangano – a dispetto della lieve flessione – il primo finanziatore mondiale dell’industria bellica, la crescita complessiva è trainata da Cina, Russia ed Europa. Pechino ha speso in armi 336 miliardi di dollari: è il 31° aumento consecutivo su base annua, a conferma del programma di modernizzazione militare cinese. La Russia, terzo Paese al mondo per spese militari, ha raggiunto i 190 miliardi di dollari, pari al 7,5 per cento del PIL. A guidare invece il massiccio riarmo del Vecchio Continente – che registra un aumento complessivo del 14 per cento della propria spesa militare – è la Germania, quarta nella classifica mondiale con i suoi 114 miliardi destinati al settore della difesa e un aumento del 24 per cento su base annua.
Per la prima volta dal 1990, la spesa militare tedesca ha superato la soglia del 2 per cento del PIL, attestandosi al 2,3 per cento nel 2025. Anche la Spagna ha visto aumentare considerevolmente – con il 50 per cento in più – i suoi investimenti nel settore della difesa, arrivando a 40,2 miliardi di dollari.
Complessivamente, i 29 membri europei della NATO hanno speso 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2 per cento del PIL.
Si avvicina a quest’ultima soglia anche l’Italia. Il nostro Paese si classifica al 12º posto tra quelli con la maggiore spesa militare al mondo, toccando i 48,1 miliardi di dollari – pari all’1,9 per cento del prodotto interno lordo – e segnando un aumento del 20 per cento rispetto all’anno precedente. Il rapporto SIPRI mette in luce il ricorso alla “contabilità creativa” da parte di Roma per allinearsi ai nuovi e più ambiziosi obiettivi di spesa della NATO – che mirano al 5 per cento del PIL entro il 2035 –, avendo incluso all’interno delle proprie spese militari anche i costi per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.
Immediatamente sopra all’Italia nella classifica mondiale si colloca Israele, paese che ha destinato agli armamenti 48,3 miliardi di dollari, in calo del 4,9 per cento rispetto all’anno precedente, ma comunque su livelli elevatissimi in rapporto a qualsiasi dinamica storica e in special modo ai parametri di spesa pro capite.
La spirale del riarmo globale non rende il mondo più sicuro
Rete Pace e Disarmo – organismo che riunisce una serie di realtà italiane impegnate a far crescere il lavoro collettivo per la pace e il disarmo – sottolinea come questa spirale di riarmo non stia affatto producendo un mondo più sicuro, ma abbia portato alla proliferazione e all’allargamento di numerosi conflitti armati che, in un grottesco quanto tragico circolo vizioso, finiranno per alimentare ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire. Una tendenza che sembra assumere tratti paradossali se si pensa che basterebbe una frazione della spesa militare globale per eradicare alcuni dei problemi più gravi che affliggono l’umanità. Per esempio, secondo le stime dell’ONU sconfiggere la fame entro il 2030 costerebbe solo 93 miliardi di dollari all’anno, una cifra pari ad appena il 3 per cento circa di quella destinata alle armi nel corso del solo 2025.
La distorsione appare ancora più impressionante se si guarda al settore sanitario. Esiste infatti un rapporto causale diretto tra spesa militare e investimenti sanitari. Uno studio pubblicato su The Lancet ha dimostrato che ogni aumento dell’1% della spesa militare si associa a una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria pubblica. Nei paesi a basso reddito questo rapporto diventa quasi proporzionale: un incremento dell’1% in armi provoca un calo dello 0,96% nelle risorse per la salute. Questa dinamica ha conseguenze devastanti: tra il 1990 e il 2017, secondo la stessa analisi, i conflitti hanno causato circa 29,4 milioni di morti in eccesso per cause indirette, principalmente per la distruzione dei sistemi sanitari.
Alla luce di tutto questo Rete Pace e Disarmo sottolinea la necessità di «lavorare per lo sviluppo di nuovi quadri di sicurezza internazionale fondati sulla sicurezza comune, il disarmo e la giustizia globale».
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